Come Meditare

di Lawrence LeShan
trad. Martin Guy


Capitolo 8
IL `COME' DELLA MEDITAZIONE

In questo capitolo darò istruzioni per un certo numero di meditazioni. Queste includono esempi di tutti i tipi principali (tranne per un esempio di una meditazione del sentiero di mezzo). Le istruzioni saranno abbastanza dettagliate da permettere a chi le legge qualche volta prima di meditare e le rilegge poi dopo ciascuna delle prime volte che ne fa pratica di imparare a meditare in queste maniere.

   È inutile aspettare di riuscire a meditare `bene' (cioè, concentrarsi su di essa e nient'altro) per un lungo periodo di tempo. Il primo effetto principale della meditazione, il rafforzamento della struttura della personalità, deriva da un lavoro ripetuto con essa e non dal farlo `bene'. Non importa quanto una meditazione ti riesce bene, ma lo sforzo e l'impegno con cui è fatta. Non si può esagerare questo punto. È una verità essenziale, ma la maggioranza delle persone non ci crede. Soltanto dopo lunga pratica si può aspettare, facendo una meditazione, di poter fare soltanto ciò e nient'altro. A S. Bernardo di Clairvaux (che aveva certamente lavorato a lungo e sodo alle sue meditazione) fu chiesto per quanto, quando meditava, ci stava veramente `dentro', facendo soltanto quella. Rispose con un sospiro che echeggia ancora attraverso i secoli: «Ah, quant'è rara l'ora e quant'è breve la sua durata!»

   Lo stesso punto viene illustrato in un racconto di S. Teresa d'Avila. [cioè il racconto si tratta di lei; non viene raccontato da lei -NdT] Uno dei suoi novizi disse che dev'essere meraviglioso essere come Teresa e non farsi distrarre dalla preghiera e dalla meditazione. Rispose S. Teresa: «Che pensi che io sia, una santa?»

   È soltanto dopo aver lavorato a lungo e dopo aver raccolto i benefici della prima parte della strada (nel rafforzamento della personalità, nell'abilità maggiore di mettersi in rapporto al mondo e di maneggiarlo, nell'abilità di accettare ed esprimere i propri sentimenti ecc.) che si manifesta il secondo effetto: un nuovo modo di porsi di fronte al mondo, un nuovo sistema metafisico. La strada è lunga e spesso frustrante, ma il gioco vale la candela. Andiamo avanti.

   Per cominciare, trova una posizione comoda in un momento e un luogo tranquilli. È bene che ti sentissi ad agio in questo posto (che abbia per te una buona carica emotiva); non è essenziale, ma aiuta.

La Meditazione di Contemplazione

Questa meditazione, chiamata dalle scuole orientali: `puntarsi su un unico punto', viene usata da una vasta gamma di scuole mistiche. In essenza, si impara a guardare qualcosa in una maniera attiva, dinamica e vigile, ma senza parole. Si sceglie un oggetto con cui lavorare (in generale è meglio cominciare con un oggetto naturale: un pezzo di conchiglia, un sassolino, un rametto) e guardarlo nella stessa maniera come se lo fossi tastando, come se fossi usando il tatto per strofinare un pezzo di velluto.

   Cercherò di rendere meglio l'idea. Considera una parte della mancia del tuo vestito o il tessuto che ricopre la coscia. Strofinalo con la mano, `sentilo'. Fà questo per un mezzo minuto o un minuto. Poi osservalo per lo stesso tempo. Guardalo veramente; imparalo ad occhio. Per la maggioranza delle persone c'è una netta differenza fra le due percezioni. Con il senso visivo si ha la tendenza di descrivere la sensazione in parole, di tradurre l'esperienza in linguaggio. Con il senso tattile, invece, si ha la tendenza di accettare l'esperienza ad un livello non verbale.

   La Contemplazione è una meditazione strutturata del sentiero esteriore. Prendi l'oggetto, tienilo ad una distanza comoda per l'occhio, liberi di avvicinarlo o di allontanarlo come piace, e guardalo semplicemente.

   È molto difficile. Ti devi dare il permesso di deviare costantemente dalle istruzioni. Devierai in ogni caso, e ti sentirai più ad agio (e progredirai meglio con quest'esercizio) se ti dai il permesso di sbagliare in anticipo. Tràttati come se fossi un bambino ben amato che un adulto cerca di far camminare su uno

stretto sentiero. Il bambino è pieno d'energia e va ripetutamente a correre nei campi su ogni lato del sentiero per raccogliere fiori, per sentire l'erba, per arrampicare negli alberi. Ogni volta che ti rendi conto che il bambino abbia lasciato il sentiero, dici fra te e te: «Ah, i bambini sono fatti così. Vieni, caro, torna al sentiero,» e ripòrtati con dolcezza, decisione e vigilanza all'attività di guardare soltanto. Ripetutamente ti renderai conto all'improvviso che stai pensando ad altro o che stai traducendo le tue percezioni in parole o qualcosa del genere. Ogni volta dovresti dire: «Ah, eccomi qua; ora torniamo al lavoro,» e tornare a guardare.

   Un uomo venne da Ikkyo, il maestro Zen, e gli chiese qualche parole sagge per guidarlo nella vita. Ikkyo dette un cenno d'accordo con il capo e scrisse su un pezzo di carta la parola `attenzione.' L'uomo disse che non riusciva a capire e chiese qualcosa in più. Ikkyo scrisse: `attenzione, attenzione'. Dietro un'ulteriore richiesta per una spiegazione, Ikkyo scrisse la sua ultima dichiarazione per l'uomo. `Attenzione, attenzione, attenzione significa attenzione.'

   S. Teresa d'Avila scrisse per l'allenamento dei suoi studenti con questa tecnica: «Non vi chiedo di formare considerazioni grandi e serie con il pensiero. Vi chiedo soltanto di guardare.» Nicoforo il Solitario, un mistico bizantino, l'espresse in questi termini: «L'attenzione è l'appello dell'anima a sé.» Il Baal Shem Tov scrisse: «I miracoli di Dio appartengono a coloro che riescono a concentrarsi su una cosa e a limitarsi.» E un'affermazione attribuita al Buddha dice, in parte: «In ciò che è visto ci dovrebbe essere solo il visto.»

   Il rabbino Dov Baer, uno dei grandi insegnanti di misticismo nella scuola Chassidica, scrisse: «Vi insegnerò il modo migliore per leggere il Torah. Non dovete essere altro che un orecchio che sente ciò che l'universo della parola sta dicendo in voi. Nel momento in cui sentite quello che state dicendo, dovete smettere.»

   Patanjali, saggio orientale, chiamava questa tecnica `l'attenzione fissa' e lo descrisse come `legare l'asta della mente ad un luogo.' Però, ci dobbiamo legare con dolcezza e con buon umore e compassione per la nostra mancanza di disciplina.

   Questa mancanza di disciplina nella nostra volontà diventa evidente appena facciamo quest'esercizio. Nelle parole di uno degli studenti di questo, ci troviamo a `prudere, fremere e brontolare' [in lingua originale: `itching, twitching and bitching' NdT]. Ci troviamo costantemente a dover cambiare posizione fisica, ad avere sonno, a descrivere le nostre percezioni in parole, a risolvere improvvisamente dei problemi che ci tormentavano da settimane, incapaci di concentrarsi, e qualunque altra cosa riusciamo ad inventare per evitare la disciplina. Oppure ci rendiamo conto che per un attimo stavamo `guardando soltanto' e cominciamo a pensare a quanto stiamo riuscendo bene con questa meditazione e, così facendo, deragliamo completamente. (Questo è stato chiamato La Legge del Buon Momento, oppure `Sono qui - ops! non c'ero più.' o `Eccomi qua - almeno, c'ero!' [in lingua originale: `Here I am, wasn't I!' NdT]

   Un modo in cui, spesso, evitiamo la disciplina è con la produzione di ciò che la gente Zen chiama i `Makyo'. I Makyo sono delle illusioni che proiettiamo sulla realtà per aiutarci ad evadere le istruzioni. La tua conchiglia o sassolino potrebbe sviluppare una bella corona di luce colorata o potrebbe sembrare di cambiare grandezza, crescere e rimpicciolire. Ti potresti sentire più leggero o più pesante o sentire come se fossi attraversato da correnti di energia piuttosto gradevoli. Ogni tipo di sensazione è possibile, da odori e sensazioni tattili fino a suoni e luci. La Sutra Suringama, un antico documento indiano per l'allenamento mistico, elenca cinquanta tipi di Makyo e spiega poi che questi sono soltanto i tipi più comuni. Di fronte a questi, la miglior risposta è di dire fra sé: «Ah, guarda

che cosa sto percependo ora. Molto interessante. Chissà che cosa inventerò per prossimo per evitare la disciplina? Ora torniamo a guardare soltanto.' Yasutani Roshi, un insegnante esperto nello Zen, disse a questo proposito: «I Makyo non appaiono quando state oziando; non appaiono nemmeno quando la pratica si è maturata. . . . Indicano l'intensità della vostra concentrazione.» Avverte poi di fare attenzione né ad interessarsene, né di coinvolgersi troppo in loro, perché non impediscano il tuo progresso.

   Nel suo manuale, Istruzioni per i Hesychast, sull'allenamento meditativo, S. Gregorio di Sinai scrisse: «Quando, durante il lavoro, vedete dentro o fuori di voi una luce, una fiamma, un'immagine (di Cristo, per esempio, di un angelo o di qualcun'altro) non lo accettare affinché non soffrite danno. E non creare fantasie voi stessi, nemmeno prestare attenzione a quelle che si creano.»

   Il compito consiste nel guardare attivamente e con vigilanza. Devi persistere nel tentativo di portare una parte sempre più grossa di te stesso a fare quest'unica cosa: guardare. Mira a coinvolgerti completamente, dal capo fino al punto dei piedi, in questa intensa attività non verbale, ad essere tanto coinvolto quanto un cane che punta un coniglio; nelle parole del Bhagavad-Gita, `a tenere i sensi e l'immaginazione a freno e la mente concentrata sul suo oggetto.'

   Tieni l'oggetto di scelta ad una distanza comoda per l'occhio e sii flessibile rispetto a questa distanza. Non fissare un punto particolare del oggetto; esploralo in modo dinamico e senza parole. Trattalo come se fosse un nuovo continente affascinante da esplorare in modo non verbale. Se lo fissi con lo sguardo, o se sforzi i tuoi occhi durante l'esercizio, finirai con l'aumento delle illusioni (male agli occhi più Makyo) e rallenterai il tuo progresso. `Contemplazione' significa `legare l'asta della mente a un luogo'; non significa legare la retina a un luogo.

   Persisti, se possibile, con lo stesso oggetto per qualche settimana (al meno) per volta. Un oggetto naturale è spesso il migliore, ma non scegliere un fiore; come oggetto di contemplazione è, per molte persone, troppo facile e facilmente scivoliamo in stati di dormiveglia come un trance. Alcuni oggetti, grazie ai loro significati simbolici, inconsci e archetipi, sono troppo difficili e non si dovrebbero usare finché tu non sia esperto a fondo con quest'esercizio (il quale significa un minimo di qualche mesi di lavoro quotidiano). Questi oggetti difficili comprendono una croce, il fuoco, una mandala. Tieni questi in serbo per un momento molto più in là perché rischi di rallentare notevolmente il tuo lavoro.

   Nei miei seminari di allenamento faccio usare ai partecipanti un fiammifero di carta (Christmas Humphreys fa uso di pomelli di ottone.) In generale, questi vanno benissimo quando si lavora con l'aiuto della disciplina di un gruppo intensivo. Quando si lavora da soli, invece, spesso si rivelano troppo noiosi e scoraggianti; gli oggetti naturali sono i migliori oppure, se ne provi dei buoni sentimenti, un piccolo pezzo di gioielleria personale piuttosto semplice.

   Di solito, l'esercizio procede meglio quando si persiste con lo stesso oggetto. Lavora per periodi di dieci minuti al giorno per le prime due settimane. Se il tuo orario non permette questo, lavora almeno cinque volte alla settimana. Dopo due o tre settimane, aumenta il tempo fino a quindici minuti, e a venti minuti un mese più tardi. Dopo un mese, saprai come ti trovi con questa meditazione e potresti voler aumentare il tempo fino ad un mezz'ora, o potresti sentire che venti minuti sono giusti per te. Oppure, potresti decidere di eliminarla dal tuo programma di meditazione.

   Ti puoi aspettare che andrà diversamente ogni volta che la fai. Il fatto che stia andata `bene' una volta non predice niente per la prossima. Ci saranno delle sessioni `buone' e quelle frustranti, scoraggianti. Si può prevedere soltanto una tendenza, man mano che prosegui, di andare sempre più agli estremi: quelle buone saranno buonissime e altre, invece, frustrantissimi. Questa meditazione è dura ma eccellente e, nelle parole di Richard Rolle, il bel mistico britannico del tredicesimo secolo, `la dolcezza contemplativa senza pieno gran lavorìo non si ottiene.'

La meditazione del Conteggio del Respiro

Esiste una grande varietà di meditazioni che fanno uso del respiro. Descrivo qui, con una piccola modifica, quella usata in particolare nel allenamento Zen.

   In questa meditazione strutturata del sentiero esteriore, l'obiettivo è, di nuovo, di fare una cosa sola nel modo più completo e più pieno possibile. In questo caso, quell'unica cosa consiste nel conteggio delle espirazioni del tuo respiro. Ti sforzi di essere cosciente soltanto del conteggio e di essere più cosciente possibile. Tutta la tua attenzione viene puntata ripetutamente con dolcezza e decisione su quest'attività. L'obiettivo è di coinvolgere il tuo intero essere nel conteggio. S. Antonio il Grande descrisse una parte del obiettivo verso il quale stai lavorando quando scrisse: «La preghiera del monaco non è perfetto finché non si rende più conto di se stesso, né del fatto che stia pregando.»

   In quest'esercizio, presti l'attenzione più piena e più completa possibile al conteggio stesso. Qualunque idea, sentimento, impressione, percezione sensoriale, in quanto cosciente, è un deviazione dalle istruzioni. Nelle parole del Bhagavad-Gita: «La tartaruga può ritirare le gambe / Il vedente può ritirare i sensi.» È verso questo `ritiro dei sensi' che si lavora in questa disciplina.

   Per la maggior parte degli occidentali è meglio in tutta probabilità contare fino a quattro e poi ricominciare da uno. Nella solita pratica dello Zen, si conta fino a dieci. Tuttavia, avendo lavorato con quest'esercizio con un numero piuttosto elevato di occidentali, mi sembra che questo rende il lavoro inutilmente difficile. Tipicamente, quando si arriva a sette, otto e nove nel conteggio, si comincia a preoccuparsi di ricordare di ricominciare dopo `dieci', così perdendo il ritmo giusto.

   In un'altro variante si conta in sequenza finché si può durante ogni sessione. Qui il problema sta nel fatto che è molto difficile evitare di competere con sé, con il tipo di affermazione interna che dice: «Ieri ho contato fino a 947. Ne farò di più oggi?» Tutto sommato, un conteggio fino a quattro sembra il compromesso migliore.

   Quando ti trovi a pensare al tuo conteggio (o a qualunque altra cosa) stai deviando dalle istruzioni e ti dovresti riportare con dolcezza. Se ti trovi a modificare il tuo respiro, anche questo è una deviazione dall'esercizio.

   Una variante consentita all'esercizio qui descritto è l'inclusione della parola `e' fra i numeri per riempire lo spazio fra le espirazioni; questo rende l'esercizio più facile per alcune persone. Così contaresti `uno' per la prima espirazione, `e' per la prima ispirazione, `due' per la seconda espirazione, `e' per la prossima ispirazione e così via. Dopo avere provato qualche sessione con soltanto `uno, due, tre, quattro', prova per una sessione con la `e' inclusa e poi fa la tua decisione. Come per tutte le meditazioni, è essenziale decidere esattamente in che cosa consiste prima di iniziare e poi restare fedeli a quello.

   Mettiti comodo e punta un timer o metti la faccia di un orologio a vista. Per la maggioranza delle persone, l'esercizio procede meglio con gli occhi chiusi per ridurre le distrazioni. Sperimenta per scoprire se ti va meglio con gli occhi aperti o chiusi. Se chiusi, dovrai `sbirciare' ogni tanto per controllare il tempo. Comincia con quindici minuti per volta, una volta al giorno oppure cinque volte alla settimana. Dopo qualche settimana, aumenta il tempo fino a venti minuti e dopo un altro mese a venticinque o trenta minuti. Dopo aver lavorato con questo programma per uno o due mesi, dovresti essere in grado di determinare il tuo futuro corso con questa meditazione.

La Meditazione della Bolla

Questa è una meditazione strutturata del sentiero interiore. Nelle meditazioni di questo tipo osservi la tua propria coscienza in una maniera particolare (secondo il disegno strutturato della meditazione), interferendo con essa il meno possibile. Mediti sul flusso della tua propria coscienza.

   Immaginati seduto comodamente e tranquillamente sul fondo di un lago limpido. Sai quanto le bolle salgono lentamente attraverso l'acqua. Ogni idea, sentimento, sensazione ecc. viene figurato come una bolla che sale nel tuo spazio visivo, passando attraverso e uscendo da questo spazio. Ogni bolla mette fra cinque e sette o otto secondi per completare questo processo. Quando ti viene un'idea o un sentimento, ti limiti ad osservarlo per questo periodo di tempo finché non esce dal tuo campo visivo, dopodiché aspetti la prossima e la osservi per lo stesso lasso di tempo, e così via. Non la esplorare, né la inseguire, né fare associazioni con una bolla; osservala soltanto con atteggiamento: «Ah, ecco che cosa sto pensando (o sentendo) ora. Molto interessante.» Poi, quando esce dal campo visivo (quando la bolla immaginaria è salita), rimani tranquillamente in attesa della prossima bolla.

   Non ti fare sviare dalla meditazione se la stessa `bolla' si dovesse presentare più volte. Se vai avanti, passerà. E non ti sconvolgere se non vedi né la connessione fra le bolle né il sorgente delle tue idee. Basta persistere con la disciplina abbastanza a lungo e le connessioni più confusi si chiariranno. Se la tua mente sembra vuota, allora il sentirsi vuoti fà una bella bolla!

   Il concetto delle bolle che salgono nell'acqua ha due scopi: il primo è di tenere il ritmo, imparando a contemplare ogni idea o percezione per un tempo approssimativamente predefinito e poi lasciarla andare; il secondo è di aiutarti a guardare ciascuna individualmente e non sentire il dovere di trovare connessioni fra di loro. Siccome sono questi i motivi cruciali di questa struttura, coloro che provano disagio o poca simpatia con l'idea di sedersi in fondo ad un lago si possono immaginare in una prateria in un giorno caldo e senza vento a guardare grandi sbuffi separati che salgono da un fuoco di bivacco, come se fosse un fuoco segnaletico degli indios.

   Un'altra variazione di questa è la disciplina tibetiana chiamato `le idee sono ciocchi.' In questa, ti immagini seduti sul bordo di un grande fiume che scorre lentamente. Di tanto in tanto arrivano ciocchi galleggiando nel fiume; segui la stessa procedura con il concetto dei ciocchi al posto delle bolle. Quest'approccio è preferibile per alcune persone, mentre altre lo trovano difficile e le fa confondere. La struttura e lo scopo dei due modi, bolle e ciocchi, sono uguali. Per la maggioranza delle persone, il concetto della bolla sembra andare meglio.

   Comincia con dieci minuti al giorno per due settimane. Se incontri delle difficoltà particolari, sperimenta con la concettualizzazione o dei `sbuffi di fumo' o delle `idee come ciocchi' per una sessione verso il quarto al settimo giorno. Provale tutti e due se vuoi, per una sessione ciascuna, dopodiché scegli una delle concettualizzazioni e sta con quella. Alla fine di due settimane durante le quali fai dieci minuti al giorno, passa a venti minuti al giorno (un mezz'ora se per te è chiaramente una meditazione `giusta' a questo punto della tua evoluzione) per tre settimane o un mese. Decorso questo tempo, dovresti sapere come includere questa meditazione nel tuo programma.

Una Meditazione del tipo Theravada

La scuola Theravada di meditazione è una delle poche sette sopravvissute del Buddismo Hinyana (vedi il capitolo 9°). Spesso, le meditazioni di questo tipo riguardano la contemplazione di ritmi autogenerati. Scegli un ritmo corporeo che generi automaticamente e lo contempli. L'obiettivo, di nuovo, è di fare una cosa sola per volta e questa contemplazione è, di nuovo (come la disciplina di contemplazione descritta in precedenza), un'esplorazione non verbale, attiva, vigile.

   Trova una posizione comoda con le mani posati sul petto o sul addome. Per molte persone, queste viene meglio stesi per terra, ma anche seduti in una sedia è completamente accettabile. Spalmi le dita in modo che non si tocchino e che le mani siano separate. Senti ciò che accade direttamente sotto le dita, osservando attivamente ed esplorando con vigore. Quando ti trovi a tradurre la esperienza in parole, non stai seguendo la disciplina e ti ci devi riportare. Fà la stessa cosa se ti trovi a modificare il ritmo del tuo respiro o a speculare su ciò che sta succedendo dentro il tuo addome. In essenza, segui le istruzioni della prima meditazione, contemplando con le punte delle dita invece degli occhi, e sul ritmo del movimento invece di un oggetto naturale.

   Comincia con quindici minuti per volta per due settimane, dopodiché o abbandona la meditazione se non si sia rivelata giusta per te, oppure aumenta il tempo fino a venti o venticinque minuti per altre tre o quattro settimane e poi decidi come usare questa meditazione nel tuo programma, se la vuoi usare affatto.

   Altri ritmi autogenerati vengono impiegati dalla scuola Theravada. Uno dei più utili per molte persone consiste nella contemplazione di ciò che accade all'entrata del naso dove l'aria entra ed esce dal corpo. (In generale, i mistici orientali lo considerano importante respirare attraverso le narici piuttosto che la bocca. Questo potrebbe essere un commento sul polvere che tipicamente si trova nell'aria dell'india oppure ci potrebbe essere una motivazione diversa e più largamente applicabile. Non lo so.) Con questa meditazione si contempla semplicemente (anche se non è affatto semplice; è difficile come qualunque altra meditazione) ciò che percepisci (le tue sensazioni) in questa zona. Si applicano le stesse regole delle meditazioni della Contemplazione e del Conteggio del Respiro.

   Uno dei ritmo autogenerati impiegato da certuni è il polso, o osservando il movimento di un arterio o palpandolo. Ti consiglio enfaticamente di non fare questo senza la supervisione di un insegnante esperto e con esperienza medica. È difficilissimo evitare di modificare il ritmo del polso, e chiunque gioca con il proprio battito cardiaco in questa maniera ha bisogno o di un psichiatra o di un certificato d'ingresso in una casa di cura per i deboli di mente.

La Meditazione del Loto con Mille Petali

Il simbolo del fior di loto con mille petali è molto diffuso nel misticismo orientale. È la versione simbolica dell'idea che tutto si collega con tutto e che niente resta veramente separate e isolata dal resto dell'universo. Il centro del loto è qualunque oggetto o evento a scelta e ogni petalo simbolizza la connessione fra il centro e qualcos'altro. L'idea dei `mille' petali ne simbolizza un'infinità; non c'è limite al numero di petali in questo concetto.

   Questa è una meditazione strutturata del sentiero esteriore. Per quest'esercizio scegli una parola, un'idea, un'immagine come centro del loto. Per le prime dieci o quindici volte che usi questa meditazioni ti consiglio enfaticamente di scegliere delle parole che, per te, hanno buone connotazioni: parole come `fiore', `amore', `pace', `luce', `colore', `erba', `albero', `casa', ecc. A meno che tu non abbia fatto almeno questa quantità di pratica con questa meditazione, è molto probabile che certe parole con delle connotazioni spiacevoli (`rabbia', `piangere', `triste', `ferita', `dolore', ecc.) ti possano lasciare sentendoti molto peggio quando avrai finito la meditazione rispetto a prima ed è probabile che finirai piuttosto depresso e possibilmente ansioso. Non dovresti usare delle parole come `vuoto', `niente', `nulla' prima di aver fatto almeno venti o venticinque sessioni con questa disciplina. A meno che tu non sia qualche specie di matto a chi piace la depressione e i `viaggi cattivi', evita questo tipo di parola finché tu non abbia avuto almeno questa quantità di esperienza (preferibilmente di più) con quest'esercizio. Quando hai fatto sufficiente pratica con questa meditazione, potrai usare qualunque parola, immagine o concetto come centro. Nelle parole di Walt Whitman: «E non c'è oggetto così morbido da non fungere da mozzo per la ruota dell'universo.'

   Quando hai scelto la parola centrale, mettiti comodo, contemplala e aspetta. Presto ti verrà la tua prima associazione. Guarda le due parole connesse dalla prima `strada del petalo' e considerale per tre o quattro secondi. O capisci il motivo dell'associazione oppure no. In ogni caso non fai altro che guardare il centro, la strada e l'associazione per tre o quattro secondi. Poi torna alla parola centrale ad aspettare la prossima associazione e ripeti la procedura. Questo non è libera associazione; torni sempre alla parola designata come centro del loto e riparti da lì.

   Ora illustrerò questa meditazione con una breve serie di associazioni. Scelgo la parole `luce' come centro. La mia prima associazione è `sole.' Considero le due, `luce' e `sole,' e la strada del petalo fra di loro per tre o quattro secondi. Capisco la connessione. Torno a `luce.' La prossima associazione è `rosso.' Guardo questo per tre o quattro secondi. Capisco la connessione e torno a `luce'. La prossima associazione è `buio'. Lo capisco e, dopo tre o quattro secondi torno a `luce'. La prossima associazione è `finestra'. Capisco questo e dopo il peridio di tempo torno a `luce'. La prossima associazione è `ombrello'. Non capisco questo. Dopo tre o quattro secondi torno a `luce'. La prossima associazione è `lampadina'. La capisco e torno dopo tre o quattro secondi a `luce', e così via.

   Talvolta mi capita di andare incontro ad un gruppo di associazioni. Per esempio, Da `rosso' potrebbe seguire `azzurro', poi `verde' ecc. Se questo ti capita, sta con la disciplina anche se devi fare il giro del spettro varie volte. Presto smetterà. Se vai incontro ad una serie di associazioni che non capisci, in tutta probabilità, stando con la disciplina, si chiarirà. Per esempio, nella serie dato qui sopra, l'associazione `ombrello' è riapparso congiunta a `tetto', `benda', `stupidità' e altri appartenenti alla classe di cose che escludono la `luce'.

   Questa meditazione, come quella della bolla, ti può portare a degli insight sorprendenti per quanto riguarda la tua vita interiore se lavori con essa con regolarità. Questi fanno bene e in generale sono utili quando capitano, ma non si devono considerare il scopo principale della disciplina. C'è però una valida eccezione a questa regola dopo aver fatto un po' di esperienza con questa meditazione. Dopo che tu l'abbia fatto al meno dieci o quindici volte, può essere utili per risolvere problemi particolari. Se mi trovo in conflitto con Roberto e non riesco a risolverlo, potrei usare la parola `conflitto' o `Roberto' come centro del loto e procedere con la disciplina come al solito senza aspettare niente di particolare. Delle volte può portare a dei insight utili, ma ti sconsiglio di non usare questa meditazione come strumento per risolvere problemi finché tu non ne abbia un po' di esperienza.

   Comincia con dieci minuti al giorno per due settimane. Procedi poi a venti minuti o mezz'ora al giorno per tre settimane o un mese dopodiché dovresti sapere come includerla meglio (o no) nel tuo programma.

La meditazione del Mantra

Il mantra è una delle forme più diffuse di meditazione. Lo si trova in tutte le scuole principali di allenamento mistico, con la possibile eccezione del Chassidismo. Consiste nel salmodiare una parola o frase più e più volte. L'obiettivo di base è di fare una cosa sola per volta, in questo case la salmodia essendo consci della salmodia e soltanto della salmodia. Se si salmodia il `Hare Krishna' o l'`Aum' orientali, il `Deus in adjutorium meum intende' (`O Dio, viene in mio aiuto') cristiano, l'`Allah hu' dei Sufi o altri suoni, l'obiettivo di base è sempre lo stesso.

   Bisogna dire a questo punto che le varie scuole di allenamento mistico danno valore ai mantra per due altri motivi e, benché io non ritengo che questi motivi siano validi, l'opinione contrario è tenuto da molti studiosi seri di questa materia cui punti di vista bisogna rispettare.

   Il primo gruppo di motivi riguarda il contenuto del mantra. Molti meditatori credono che uno specifico contenuto vale per aiutarti a comprendere e a sapere la sua validità. Così, da questo punto di vista, salmodiando `Tutto è Uno,' abbastanza a lungo ti avvicina alla 4 che sia vero. Similmente, si crede che salme come `Dio è Uno' o `Dio è buono' abbiano effetti benefici grazie al loro contenuto.

   Il secondo gruppo di motivi per cui certuni ritengono che i mantra abbiano un valore positivo sta nelle qualità delle `vibrazioni' di certi suoni e nell'effetto di questi suoni su parti specifiche del corpo o della personalità. Così si suppone che certi suoni vibrano perlopiù in certi organi del corpo, stimolandoli ad una efficacia e/o portandoli in miglior rapporto con altri organi o zone della personalità. Si trova questo tipo di spiegazioni principalmente nelle scuole di Yoga e dei Sufi. Anche se devo confessare che non capisco molto bene di ché stanno parlando, queste affermazioni vengono fatte da uomini di una tale serietà ed esperienza che non si possono considerare con leggerezza.

   In ogni caso, chiunque ti dà (o ti vende) un mantra progettato specificamente per te sulla base di dieci minuti di conversazione ti sta prendendo in giro. In tutta probabilità la mantra funzionerà, certamente non perché sia stata progettato per te, ma piuttosto perché lo usi come mantra.

   Si sceglie una frase corta. Preferisco frasi senza senso poiché credo che il significato del contenuto lo rende più difficile stare con la struttura, ma se hai una forte sensazione che una frase con contenuto positivo ti risultarebbe più simpatica, usane pure una. Ho conosciuto persone che hanno fatto del lavoro utile con mantra come `Amatevi l'uno l'altro,' `Pace,' `Pace a tutti,' ecc. Questi ultimi classici frasi cristiani e orientali sono risultati utili a molte persone. Ho sentito di un uomo che usava la frase di Thoreau `Non ho sentito nessuna brutta notizia' con successo, anche se è un po' lunga. Sono state usate anche `Kyrie Eleison' (`Signore, abbia pietà') e `Alleluia'. S. Gregorio di Sinai consiglia: `Sono la via, la verità e la luce.' Una delle scuole di allenamento mistico sostiene che ogni mantra dovrebbe avere la lunghezza di sette sillabe, ma non capisco il loro ragionamento.

   Una delle frasi senza senso che ho impiegato con gruppi è `La- di'. Questo mantra fu progettato con l'impiego del Metodo di LeShan del Elenco Telefonico, il ché è in tutta probabilità, efficace come qualunque altro. Apri l'elenco telefonico a caso e metti giù un dito senza guardare. Prendi la prima sillaba del nome che incontri. Ripeti la procedura. Collega le due sillabe ed ecco il tuo mantra.

   Trova una posizione comoda senza curvare la schiena, il ché costringerebbe il petto e la gola. Comincia a salmodiare la frase ad alta voce se possibile, o senza fare suono se no. È meglio farlo udibilmente ma non troppo forte poiché potresti sforzare la voce, o perfino iperventilare (respirare più rapidamente e profondamente di quanto basta per soddisfare il tuo bisogno di ossigeno) e così alterare l'ambiente chimico del cervello. Questo ti può far girare la testa e può provocare anche altri sintomi. Generalmente è una cosa piuttosto sciocca da fare.

   Impègnati a salmodiare senza fare nient'altro. Ripòrtati ripetutamente al compito e al tentativo di convolgerti sempre di più in esso. Trova un ritmo che sembra adattarsi sia a te sia alla frase, e rimani con quel ritmo. Rimani con esso nonostante tutte le sciocchezze che inventerai, dando nuovi significati alla frase, facendo giochi di parole con essa, vedendo sgretolare il suo significato in nonsenso (se non era già senza senso), e Dio sa che cos'altro. Hai il compito di seguire la disciplina e di persistere nel non far niente fuorché salmodiare ed essere consci della tua salmodia. Se un mantra ti è ben adatta a questo punto nella tua evoluzione, scoprirai dopo cinque o otto sessioni che ci siano periodi di tempo sempre più lunghi (cinque secondi o fino a venti) in cui sei cosciente soltanto della salmodia.

   Comincia con quindici minuti per volta per due settimane, dopodiché aumenta fino a venti minuti (o mezz'ora se ti trovi veramente bene con questa disciplina) e mantieni questo ritmo per altre due o tre settimane. Potrai decidere allora se e come desideri integrare questa forma di meditazione nel tuo programma personale di meditazione.

La meditazione di `Chi Sono?'

Nel capitolo 3° ho discusso l'impossibilità, con i nostri soliti modi di percepire e pensare, di trovare l'individualità di una cosa, il modo in cui differisce completamente e inevitabilmente da tutte le altre cose. Riusciamo a trovare soltanto delle qualità che possiede o no e il grado in cui le possiede. Finche rimaniamo a questo livello di concettualizazzione, sarà sempre possibile immaginare un'altra cosa che abbia gli stessi percentuali delle stesse qualità e che sia dunque (secondo le norme del nostro ragionamento) identica a quella precedente, a dispetto del fatto che sappiamo che non sia identica affatto. Soltanto usando un'altro modo di percepire e di comprendere il mondo possiamo capire

pienamente ciò che sappiamo con certezza nel nostro profondo: che ciascuno di noi è veramente individuale e unico. Per risolvere questo paradosso ci dobbiamo costringere ad adottare un nuovo modo di porsi nel mondo. E vice versa, possiamo aiutare questo nuovo modo di porsi a sorgere nella nostra esistenza conscia attraverso il tentativo di risolvere il paradosso.

   Non c'è da sorprendersi, dunque, che un numero di scuole di allenamento mistico abbiano fatto uso di forme di meditazione basate su questo paradosso. Ramana Maharshi la chiama `auto-inchiesta' con `il metodo diretto' ed è stata introdotta nella tradizione cristiana da Meister Eckhart.

   Questa meditazione è particolarmente rigorosa e difficile. Non si è pronti a provarla finché non si abbia fatto almeno qualche mese di pratica quotidiana con delle altre meditazioni strutturate. È una meditazione strutturata del sentiero interiore e per alcune persone, può rivelarsi una disciplina eccezionalmente ricca e produttiva.

   Con questa meditazione, ci poniamo la domanda «Chi Sono?» e ad ogni risposta che troviamo, rispondiamo in una maniera altamente strutturata. Se la risposta sembra un nome, ci rispondiamo (fra di noi): «No, quello è un nome che mi sono dato. Chi sono, che mi sono dato quel nome?» Se la riposta si tratta di una sensazione o di una percezione, per esempio: «Sono colui che si sente stanco,' si risponde: `No, quella è una sensazione che sento. Chi sono, che provi quella sensazione?» Se si tratta di un ricordo, per esempio: «Sono la persona che una volta...,» si risponde: «No, quello è un mio ricordo. Chi sono, che ho quel ricordo?» Se si tratta di un'immagine di te stesso, rispondi: «No, quella è un'immagine che ho di me stesso. Chi sono, che ho quest'immagine?» Se un mostro o un angelo sembra essere una soluzione, si risponde: «No, quello è un'interpretazione di ricordi e d'idee miei. Chi sono, che faccia quest'interpretazione?» Tutte le risposte che sorgono vengono ribattute in questa maniera, e ogni risposta dà luogo ad una ricerca attiva, dinamica della prossima risposta. Non c'è riposo con questa meditazione. Dev'essere compiuta con un tipo di ferocità sostenuta che rifiuta costantemente la risposta precedente per poi cercare quella successiva, rifiutarla e passare oltre. Bisogna seguire la struttura di questa meditazione con attenzione e precisione. Ogni affermazione va fatta nella stessa maniera e nel presente.

   La versione Buddista di questa meditazione si chiama «Neti, Neti» (Né questo né quello). La versione qui descritta si avvicina di più a quella di Eckhart, che scrisse:

Ciò che l'anima fà, lo fà tramite agenti. Capisce attraverso l'intelligenza. Se si ricorda di qualcosa, lo fà attraverso la memoria. Se dovesse amare, deve far uso della volontà e così agisce sempre attraverso agenti e non nella sua essenza (Omelia 1).
...per sperimentare questa nobile nascita, dovete lasciare tutte le folle e tornare al punto di partenza, il cortice dal quale siete venuti. Le folle sono le agenti dell'anima e le loro attività: la memoria, la comprensione, la volontà, in tutte le loro forme diverse. Dovete lasciarle tutte: la percezione sensoriale, l'immaginazione e tutto ciò che scopri nel sé o che siete intenzionati a fare (Omelia 4).

   L'Upanishad Svetatavatara lo esprime così: «Meditate sulla luce al centro del fuoco - meditate, cioè, sulla coscienza pura a differenza dalla coscienza ordinaria dell'intelletto.»

   Nel senso Orientale, questa è la ricerca diretta del Atman, la vera essenza del sé che si trova dietro i molti sé falsi con i quali solitamente ci identifichiamo.

   Quando sarai pronto per questa meditazione, falla mezz'ora per volta, ogni giorno per due settimane, dopodiché saprai se dovresti continuare con essa e, in caso positivo, come regolare il tuo lavoro.

   Qualche volta ti capiterà di trovare una risposta che ti soddisfa per quella sessione particolare di lavoro. Quando la trovi (e saprai quando l'hai trovato), termina la sessione a quel punto e rimani tranquillamente con essa per un po'. Quando trovi la tua risposta finale (per quel periodo particolare della tua vita), lo saprai e smetterai di lavorare con questa meditazione a quel punto.

Una Meditazione Sufi di Movimento

Questa meditazione richiede un gruppo composto di fra cinque e quindici persone. È una meditazione di movimento e salmodia che descrivo qui per introdurre e per dare un assaggio di questo tipo di lavoro meditativo.

   Con le meditazioni di movimento, come con le altre forme qui descritte, l'obiettivo principale sta nell'abilità di fare una cosa per volta a volontà.

[La traduzione s'interrompe qui; l'opera originale è di 12 capitoli. NdT]


Questa traduzione di Martin Guy <martinwguy@gmail.com>, 18 novembre 1995.
Prima edizione digitale: 20 luglio 2003.
Ultima revisione: 18 settembre 2017.