di Lawrence LeShan
trad. Martin Guy
Capitolo 6
MEDITAZIONI STRUTTURATE E NON
In questo capitolo descriverò alcuni modi di pensare alle meditazioni mentali, meditazioni che si fanno essenzialmente `nella testa', cioè senza movimenti corporei. Il fatto che usiamo il termine `mentale' non significa che non abbiano anche impatto sulla vita emotiva e la fisiologia del corpo. Significa semplicemente che non coinvolgono l'apparato muscolare. Si fanno restando in un'unica posizione.
Per primo, parliamo della differenza fra le meditazioni `strutturate' e quelle `non-strutturate'. Una meditazione strutturata definisce con cura e precisione l'attività interna verso la quale si lavora. Il Conteggio del Respiro, descritto nel capitolo 2°, è una meditazione strutturata. Le istruzioni dicono di contare i tuoi respiri fino a quattro ripetutamente. Devi cercare di essere conscio soltanto di questo conteggio; ogni qualvolta cominci a pensare o ad essere conscio di qualunque altra cosa, ti devi riportare con dolcezza e decisione al conteggio. Le istruzioni sono molto precise per quanto riguarda la cosa che devi fare. Similmente, la meditazione del Loto (descritta nel capitolo 8°) è una meditazione strutturata: dopo aver scelto un soggetto, ci pensi in una maniera precisamente predefinita. Qualunque deviazione da questa maniera precisa non fa parte della meditazione e viene corretta appena ti rendi conto del tuo errore.
Come hai visto nella tua esperienza con il Conteggio del Respiro, è un lavoro estremamente difficile e severo. Richiede attenzione e vigilanza costanti. L'obiettivo è di fare uno sforzo a tutta forza per seguire le istruzioni con precisione e coerenza dalla punta dei piedi fino ai capelli. Inoltre, più ci approfondiamo in essa, più la pratichiamo e diventiamo esperti, e più vediamo che è impossibile farla completamente senza qualche vera espansione nei modi in cui percepiamo la realtà e in cui ci mettiamo in rapporto con essa. Nel nostro solito modo di essere di tutti i giorni, è proprio impossibile pensare attivamente e dinamicamente soltanto ad una cosa per volta senza né fare confronti né raggruppare le cose, eppure le istruzioni della meditazione ci dicono di fare precisamente questo. Trovandoci di fronte ad un compito impossibile, e lavorando sodo e in una maniera disciplinata verso il suo compimento, cresciamo finché non ci risulta più impossibile.
Una meditazione non-strutturata è una cosa ben diversa. Ha scopi diversi e si fa in una maniera diversa. Per farla, devi pensare ad un soggetto e stare semplicemente con quel soggetto e con i tuoi sentimenti verso esso. Lavori in un campo più largo rispetto a quello di una meditazione strutturata, e in una maniera che non sia definita con precisione. Il soggetto di scelta potrebbe essere una parola, un'immagine, una frase, un concetto o un problema. Continui a pensare al soggetto che hai scelto ed esplori le tue reazioni e sentimenti verso esso. Differisce dalla `libera associazione' (cioè, l'inseguimento delle tue reazioni dovunque portino) in quanto ti mantieni al soggetto stesso e il modo in cui pensi e senti rispetto ad esso.
In essenza, questo tipo di meditazione ha due punti centrali: i fatti della cosa e come ti senti verso questi fatti. Così, se stessi meditando sulla tua capacità di amare, i due punti centrali sarebbero: «Come amo?» e «Come mi sento verso questi fatti?». Mantieni il tuo pensiero attorno a questi due centri e fallo tornare a loro qualora si allontana. Dopo aver provato gli esempi dati nel capitolo 8°, una grande varietà di meditazioni non-strutturate si suggeriranno.
Lo scopo primario di una meditazione non-strutturata è di scogliere e di liberare la struttura della tua personalità in un campo particolare (come per esempio, nell'abilità di essere consci della propria capacità di amare e di accettarla) per poter crescere in questo campo. Fatta con regolarità con l'aiuto della volontà di integrarsi più pienamente e di crescere, ha proprio questo effetto. Non si tratta solamente di rimuginare facilmente sul soggetto, di vagheggiare attraverso esso. Ciò potrebbe essere una fantasticheria guidata, piacevole e rilassante, ma non sarebbe meditazione. La volontà attiva dev'essere presente per dirigere la tua attenzione sempre di più verso il soggetto e la tua relazione con esso.
Nel vecchio esempio Sufi del carro, ci dev'essere un cocchiere (una volontà) che sappia in quale direzione vuole andare e che sia attivo e deciso a mantenere il carro a muovere in quella direzione. Il cavallo rappresenta lo stato emotivo: un forte desiderio di diventare più di quanto sia attualmente, di sviluppare. Il carro stesso è il solito intelletto e modo di percepire e di mettersi in rapporto al mondo. Tutti e tre sono necessari per avere successo in ambedue di questi tipi di meditazione. Il conducente deve avere, ovviamente, il comando. Non giova particolarmente (tranne per l'esperienza, per vedere com'è) fare una meditazione (sia strutturata che non) una volta sola. Per trarne vantaggio bisogna ripeterla con regolarità per un periodo di tempo. Come vedrai nel capitolo 8°, nel quale si danno istruzioni per varie meditazioni, questi periodi vanno da un minimo di qualche settimana fino a qualche mese o più. Spesso la meditazione non-strutturata è necessaria in un programma di meditazione per liberare le emozioni e i sentimenti in campi particolari. Da sole, le meditazioni strutturate possono essere troppo formali e orientati in modo troppo intellettuale per aiutarti a muovere con la massima velocità verso i tuoi obiettivi. Da solo, un buon programma di meditazioni strutturate avrà, a lungo andare, gli effetti desiderati, ma sembra probabile che una combinazione dele due darà frutto più presto. Principalmente, le meditazioni strutturate allenano l'intelletto e liberano la vita emotiva più lentamente, mentre per le meditazioni non-strutturate è all'inverso.
Si è fatta una critica Chassidica di alcuni dei risultati di un tipo di Chassidismo Habad che allenava principalmente la volontà e l'intelletto e che non faceva gran ché per liberare la vita emotiva. La critica era che fosse come la produzione di un buon tiratore che sa come puntare e sparare il suo fucile e che conosce l'obiettivo, ma che non ha polvere nelle sue pallottole. Qui la polvere da sparo sta per la libertà emotiva e la spinta necessaria per la vera crescita; l'esempio ha una strana somiglianza all'analogia Sufi in quanto il carro ha bisogno di un cavallo.
Un altro modo di descrivere le meditazioni mentali è la loro classifica in meditazioni del sentiero esteriore, del sentiero di mezzo e del sentiero interiore. Questa classifica si può applicare alle meditazioni strutturate, ma non a quelle non- strutturate in una maniera utile.
In una meditazione del sentiero esteriore (conosciuta anche come il sentiero delle forme) cominciamo da qualcosa esteriore, qualcosa al di fuori di noi, e lavoriamo con ciò e partendo da ciò. Potrebbe essere un oggetto, una parola, un'immagine, un avvenimento. La Contemplazione, descritta nel capitolo 8°, è una meditazione del sentiero esteriore: prendiamo un'oggetto e lavoriamo semplicemente a guardarlo, esplorandolo attivamente con gli occhi nella stessa maniera in cui si potrebbe esplorare un pezzo di velluto o di alabastro, accarezzandolo con le mani. Cerchiamo di imparare a fare questo senza parole, senza parlarci sopra nella testa. Questa meditazione del sentiero esteriore è una delle più difficili e (per molte persone) una delle più produttive mai concepite.
Similmente, la meditazione del Loto è una meditazione del sentiero esteriore in cui scegliamo una parola, un'immagine o un concetto e poi ci pensiamo in una maniera ben definita. L'enfasi nel sentiero esteriore sta nella scelta di qualcosa al di fuori di noi sul quale lavorare in una maniera particolare.
Nelle meditazioni del sentiero di mezzo, conosciuta anche come il sentiero del vuoto, si fa uno sforzo per vuotare la mente. Piuttosto che a uno stato di trance o di dormiveglia, si cerca di tenere la mente vigilissima e dinamicamente bilanciata, senza pensiero conscio. Quando si raggiunge questo stato si percepisce e si risponde agli avvenimenti come capitano con il pieno centro dell'attenzione immediata e senza né problemi dal passato né richieste per il futuro. Nelle mistiche scuole cristiane del deserto bizantino (la tradizione Hesychast), questa si chiama `il sentiero dell'uomo con la mente silenziosa'. Nella tradizione cristiana occidentale ci sono i Quietisti che lavoravano verso uno stato vuoto di passività vigile allo scopo di ricevere il Suo messaggio.
Non ho incluso nessun esercizio del sentiero di mezzo in questo libro. È un sentiero lungo e duro che dà risultati soltanto dopo molto tempo. Inoltre, presenta alcune trappole (vedi il capitolo 9°), e per evitarle ci vuole l'aiuto di un buon maestro. A meno che tu non sia disposto a dare il lungo impegno che richiede, e che abbia un insegnante altamente specializzato in quest'approccio, ti conviene in tutta probabilità lasciare perdere il sentiero di mezzo.
Le meditazioni del sentiero interiore, conosciuta anche come il sentiero d'espressione o il sentiero di resa, partono dalla tua vita interiore, alla quale rispondi in modi particolari. Nella meditazione della bolla, descritta nel capitolo 8°, osservi il tuo proprio pensiero, percezioni e reazioni in una maniera speciale e lenta, regolata nel tempo, osservando ciascuno per più o meno lo stesso lasso di tempo. Non cerchi di fare niente con questi, né di seguire loro deliberatamente in nessun modo, limitandoti soltanto ad osservarli. Il sentiero interiore consiste nella meditazione sul tuo proprio monologo interiore.
Molte meditazioni sono combinazioni di queste classi e sono difficili da definire oltre a questo. La meditazione Theravada, descritta nel capitolo 8°, in cui ti concentri su uno dei tuoi ritmi interni (come l'alzarsi e l'abbassarsi del addome durante il respiro) è una meditazione combinata. Anche se, tecnicamente, è probabilmente una meditazione del sentiero esteriore, però sembra cadere da qualche parte fra il sentiero interiore e quello esteriore.
Benché tutti e tre dei sentieri, seguiti e praticati con regolarità, portano agli stessi fini, con ciascuno si incontrano effetti ed enfasi particolari lungo la strada. Il sentiero esteriore ha la tendenza di dare, durante il lavoro, una forza speciale alla sensazione di competenza e l'abilità di fronteggiare il mondo. Si aumentano la fiducia in sé e la conseguente abilità di prendere decisioni velocemente e con precisione.
Il sentiero di mezzo dà forza speciale all'abilità di rimanere calmi e composti di fronte ad avvenimenti esterni. Fra l'altro, riduce l'insistenza che le cose debbano essere in un certo modo e dunque la tua risposta di fronte a loro è meno pieno di emozioni non pertinenti.
Il sentiero interiore aumenta in modo particolare la coscienza e accettazione della propria vita emotiva, dei sentimenti. Diventa più facile godere di loro ed esprimerli. Dunque, se questo è un problema particolare a questo punto nel tuo sviluppo, potresti bene scegliere di enfatizzare le meditazioni del sentiero interiore nel tuo programma di meditazione.