Come Meditare

di Lawrence LeShan
trad. Martin Guy


Capitolo 3
GLI EFFETTI PSICOLOGICI DELLA MEDITAZIONE

Nel primo capitolo ho descritto i due effetti principali della meditazione costante: il raggiungimento di un altro modo di percepire e di mettersi in rapporto alla realtà e una maggiore efficienza nella vita di tutti i giorni. Questo capitolo è un tentativo di spiegare perché la meditazione ha questi effetti e di dirne qualche cosa in più. Per poter spiegarne il perché dobbiamo prendere una deviazione nella storia della fisica e nella filosofia e trattare materiale piuttosto complesso. Questo capitolo è, dunque, uno dei più difficili dell'intero libro e se questo specifico argomento non ti interessa particolarmente, puoi saltare al capitolo 4 senza perdere niente di particolarmente cruciale.

   Il motivo per cui facciamo quest'escursione nella storia della fisica è che una parte di tale storia dimostra un chiaro parallelo con ciò che succede all'individuo durante la meditazione seria. Un problema sorse, che bisognava risolvere, ma non si poteva risolverlo con il solito modo di pensare. Divenne necessario, dunque, sviluppare un nuovo modo di pensare alla realtà in modo di risolvere il problema. Nella meditazione, anche, un problema sorge che non si può risolvere con i nostri soliti modi di pensare al mondo e di metterci in rapporto ad esso e, per risolverlo siamo costretti a sviluppare un nuovo modo di fare queste cose. Guardiamo per prima la storia della fisica.

   Alla svolta del ventesimo secolo, il campo della fisica teorica era in grande confusione. Lo sperimento di Michaelson e Morley aveva mostrato dati che non si potevano interpretare in nessun modo che avesse senso. Il problema della `addizione di velocità' posto da questo esperimento non si poteva risolvere con i soliti modi scientifici di pensare ai problemi.

   L'essenza del esperimento di Michaelson e Morley (e fu ripetuto parecchie volte) dimostrò incondizionatamente che ci sono casi in cui 2 più 2 non fa 4! Riguardava la velocità della luce e presentava prova chiara che la velocità con la quale la luce si avvicina ad un'obiettivo rimane costante, indipendentemente della velocità con la quale si fa avvicinare o allontanare la sua sorgente. A dir poco, questi risultati furono sconvolgenti e non combaciavano in nessun modo con la comprensione scientifica dell'epoca. Però erano troppo chiari per ignorarli.

   Sotto la pressione creata da questo paradosso, la fisica sviluppò un nuovo modo di percepire la realtà. L'idea di percepire il mondo secondo un sistema metafisico diverso dalla solita visione meccanica si era già affermato da tempo nella fisica. Si può chiamare quest'altra visione del funzionamento del mondo la visione secondo la `teoria di campi'. Fu chiarificata e dimostrata per la prima volta da quel gran genio della fisica, Clerk Maxwell. Però, tranne in campi specializzati (come l'idrodinamica), si era fatto ben poco con essa. Spettava ad Einstein generalizzarla per tutta la realtà e dimostrare che fosse un modo valido di concettualizzare tutto.

   Per i nostri scopi, l'aspetto cruciale di questa storia è che un paradosso irrisolvibile, ma che si doveva risolvere, forzò la creazione di un nuovo modo di capire la realtà.

   La maggioranza delle meditazioni pongono un paradosso impossibile. Per `risolverlo', l'individuo è costretto a trascendere il suo modo abituale di percepire, di considerare e di mettersi in rapporto al mondo e se stesso. Così come nella storia della fisica, un nuovo modo di stare in, di concettualizzare e di mettersi in rapporto alla realtà e sé deve sorgere.

   Come ho descritto altrove,2 la visione della realtà che la meditazione seria ci costringe ad adottare è la stessa visione che la fisica ha dovuto adottare partendo dalla situazione impossibile sviluppata dallo sperimento di Michaelson e Morley. La differenza sta nel fatto che i fisici furono costretti ad accettare la nuova visione intellettualmente, una cosa che potevano fare con comodo dietro uno schermo di matematica, mentre chi medita deve accettare la validità di questo punto di vista anche a livello emozionale oltre che a quello intellettuale, e tale processo può essere, e spesso è, decisamente meno confortevole.

   In che modo ci costringe la meditazione seria a crescere oltre la nostra solita visione del funzionamento del mondo e di accettare che esiste un'altra visione altrettanto valida e importante? Nel 1900, il filosofo academico Josiah Royce, scrivendo con la bella limpidità che associamo con Platone, pubblicò un libricino intitolato La Concezione dell'Immortalità.3 In questo, dimostra che i nostri soliti modi di reagire, di percepire, di pensare e di analizzare non riescono a trattare l'idea dell'individualità. Tutte le cose (qualità, caratteristiche ecc.) vengono viste come parte di una classe in confronto a, o riferite ad, altre cose, qualità ecc.; per quanto ci sforziamo, non riusciamo a trovare una qualità in noi o in altri che possiamo concepire da sola, benché in rapporto alla sua assenza, presenza o la quantità presente in altre persone. Eppure, fa notare Royce, sappiamo nel nostro profondo che c'è qualcosa di individuale in ciascuna persona. Con una dimostrazione sbalorditiva, fa notare che, se siamo innamorati di qualcuno, sappiamo nel nostro profondo che è completamente individuale e insostituibile da chiunque altro nell'universo. Eppure, per quanto ci proviamo, non riusciamo a descrivere in che cosa sta quest'individualità poiché tutti i nostri sforzi e abilità riescono soltanto a descrivere la quantità di varie caratteristiche e aspetti che anche altri individui posseggono e dunque ci potrebbe bene essere un'altra persona da qualche parte avendo precisamente lo stesso percentuale di ogni caratteristica, e che potrebbe rimpiazzare l'amato senza che noi perdessimo niente.

   Nello stesso modo precisa in cui la fisica, con la sua visione del mondo basata sul buon senso, non riusciva a risolvere un problema e doveva crescere per includere una nuova visione, così le nostre menti e modo di immaginare il mondo, dettati dal buon senso, non riescono a risolvere il problema dell'individualità e, se vengono costretti a concentrarsi abbastanza forte su questo problema, cresceranno per includere la comprensione di una nuova immagine del mondo, un nuovo sistema metafisica.

   Ora cominciamo a vedere come la meditazione ci porta verso questo fine. Una meditazione formale, `strutturata', è nello stesso tempo sia un modo di considerare e a percepire una cosa alla volta sia un meccanismo di allenamento per poter fare questo in altri contesti. (Una meditazione informale o `non-strutturata' consiste nel considerare un soggetto particolare più nei nostri soliti modi finché lo capiamo più profondamente.) Mentre continuiamo a lavorare con una meditazione di questo tipo durante un lungo arco di tempo, succedono due cose: per primo, il lavoro stesso rafforza l'organizzazione della personalità finché non siamo abbastanza forti nella nostra struttura per reggere la scossa del nuovo punto di vista sul modo in cui la realtà è composta; per secondo, ci trovaremo a superare un tremendo numero di distrazioni autoprodotte (inclusi lunghi periodi aridi in cui la nostra vita interiore, nella frase di Thomas Merton, `sembra un deserto') e cominciamo a poter percepire solo una cosa per volta, considerandola nella nostra coscienza senza fare né confronti né relazioni. A quel punto cominceremo anche a crescere verso la nuova comprensione di un modo in cui stare nel mondo, di un nuovo modo in cui percepire e metterci in rapporto alla realtà. Man mano che veniamo a comprendere questo sempre di più, scopriamo che stiamo tornando a delle parti di noi stessi, perdute da molto tempo, e che il nostro entusiamo, vitalità, efficienza e la capacità di amare e di tenere rapporti con gli altri si aumentano e si approfondiscono. Cominciamo anche a sapere che ognuno di noi fa parte di tutti gli altri, che nessuno cammina solo e che siamo veramente in patria nell'universo, di cui facciamo parte; a sapere che, nella frase di Giordano Bruno, `fuori di questo mondo non possiamo cadere'; a sapere che questo mondo, quest'universo è una buona patria per l'uomo.

   È un'illusione, questo nuovo modo di percepire e mettersi in rapporto alla realtà? Non è l'unico vero modo quello solito modo `pratico' di tutti i giorni? Questo quesito sorge inevitabilmente quando si è introdotti a questo concetto.

   Una parte della risposta è data dal tipo di persona che ha già raggiunto questa visione. In generale non sembra affatto il tipo di persona che si illude. Ne fanno esempio alcune delle figure più importanti della storia umana, persone che hanno avuto un effetto marcato su noi altri. Ecco Socrate, il Buddha e Gesù di Nazereth, Meister Eckhart e George Fox, Lao-Tzu e Confucio, Bernardo di Clairvaux e il Baal Shem Tov, Santa Teresa d'Avila e San Giorgio della Croce. Hanno la tendenza di saper amministrare con efficienza, di spiccare nel commercio, nelle arti e nelle professioni. Qualunque altra cosa fossero, erano saldi di mente e pratici.

   Una seconda risposta provviene da ciò che la fisica moderna ha potuto fare con questo sistema metafisico. Le idee di Einstein, Planck, Bohr, Heisenberg, Margenau e gli altri fisici prominenti dei nostri tempi, per quanto riguarda la validità di questa visione, ci hanno portato all'abilità di compiere imprese che finora sono state usate per l'orrore e il terrore, promettono anche molto di positivo per il futuro.


Questa traduzione di Martin Guy <martinwguy@gmail.com>, 1 settembre 1995.
Prima edizione digitale: 20 luglio 2003.
Ultima revisione: 18 settembre 2017.