di Lawrence LeShan
trad. Martin Guy
Capitolo 2
CHE COSA SI PROVA QUANDO SI MEDITA
Prima di parlare del perché una meditazione ha il suo effetto, dei tipi diversi di meditazione e come si sceglie quella più adatta (per te come individuo a questo momento preciso del tuo sviluppo), è ora di provarne una in modo di avere qualche idea di cosa stiamo parlando. Sceglieremo qui una disciplina basilare che si chiama il Conteggio dei Respiri.
È una meditazione progettata principalmente per insegnare e fare pratica nell'abilità di fare una cosa per volta. A prima vista sembra facile ma non ti fare ingannare dalla sua apparente semplicità: è molto difficile, richiede molta pratica e, se ci si lavora regolarmente, ha effetti positivi precisi sia a livello psicologico sia a quello fisiologico.
Ora, però, suggerisco che la provi soltanto per quindici minuti in modo di sentire l'effetto di questo lavoro. Si comincia assumendo una posizione corporea comoda in modo di aver meno distrazioni possibili dal corpo: seduti, distesi o in piedi secondo i propri desideri. Punta un orologio sveglia o un timer in modo che suoni tra quindici minuti o, se questo non è a disposizione, metti un orologio a vista in modo da vederlo senza muovere la testa. Se usi una sveglia, usane una con suoneria dolce oppure smorzala con un cuscino.
Ora, basta contare in silenzio ogni volta che espiri. Conta `uno' per il primo respiro, `due' per il secondo, `tre' per il terzo, `quattro' per il quarto, poi ricomincia di nuovo da `uno'. Ripeti questo procedimento finché il tempo prescritto non sia decorso.
L'obiettivo è di fare soltanto quello. Se subentrano altri pensieri (e accadrà sicuramente), semplicemente accetta il fatto che stai deviando dalle istruzioni e ripòrtati con dolcezza e risoluzione al conteggio. Non importa quali pensieri, sentimenti o percezioni si presentino durante quei quindici minuti, il tuo compito è semplicemente di continuare a contare respiri, cercando di fare soltanto questo. Se fai o sei conscio di qualunque altra cosa durante questo periodo, stai divagando dal compito. (Queste istruzioni vengono ripetute più dettagliatamente nel capitolo 8°, ma queste per ora bastano.)
Non aspettarti di farlo bene, di riuscire per più di due secondi alla volta ad essere conscio soltanto del tuo conteggio. Ciò richiede lunga pratica. Basta fare del tuo meglio.
Ora comincia!
Il sentiero meditativo non è facile. La prima scossa di sorpresa ci viene quando ci rendiamo conto di quanto la nostra mente sia in realtà indisciplinata, che rifiuta di seguire l'ordine della nostra volontà. Dopo aver tentato di contare per quindici minuti, ci rendiamo conto che, se i nostri corpi fossero insensibili alla nostra volontà anche solo la metà di quanto lo sono le nostre menti, non riusciremo mai ad attraversare una strada e uscirne vivi. Ci troviamo a pensare ad ogni genere di cose piuttosto che alla semplice cosa che abbiamo deciso di pensare. Santa Teresa d'Avila paragonava la mente dell'uomo ad `un cavallo selvaggio che andrebbe da qualsiasi parte tranne che dove vuoi'.
Anche Platone scrisse di questo problema. Paragonava la mente dell'uomo ad una nave a bordo della quale i marinai si fossero ribellati e che avessero chiuso il capitano e il navigatore sotto coperta. I marinai si credono perfettamente liberi e dirigono la nave secondo il loro capriccio del momento. Prima governa un marinaio, poi un'altro e la nave viaggia in modo errato in direzioni casuali poiché i marinai non riescono a concordarsi su un obiettivo da raggiungere, né potessero dirigere la nave verso di esso anche se ci riuscissero. Il compito dell'uomo, scrisse Platone, e di domare la rivolta, liberare il capitano e il navigatore in modo che ci possa essere la possibilità di scegliere un obiettivo e di dirigersi (lavorare) con regolarità e coerenza verso la sua realizzazione. Soltanto in questa situazione, quando si è liberi dal capriccio del momento, può esserci della vera libertà.
Un'analogia stranamente simile si trova nel Bhagavad-Gita, un lungo poema che presta molta attenzione alla meditazione e al misticismo, scritto in India fra il secondo e il quinto secolo a.C.:
Il vento fa girare la naveMa il dominio della ribellione di cui scriveva Platone richiede un lavoro lungo, sodo e regolare. I marinai rifiutano ed evadono la disciplina con una varietà di trucchi. Mentre lavoriamo su una meditazione magari ci sentiamo assonnati, annoiati, pensiamo a tante altre cose, diventiamo creativi, lavoriamo su altri problemi, proviamo allucinazioni di tutti i tipi di percezioni e sensazioni interessanti, risolviamo vecchi problemi e chissà che cos'altro, mentre il `cavallo indomito' di S.Teresa fa di tutto per rifiutare la disciplina della nostra volontà. Questo potrebbe includere delle sensazioni di essere inondati da una intensa luce bianca e la strana convinzione che tu abbia raggiunto `l'illuminazione' e che sai la verità rispetto a tutto. Thomas Merton, che sapeva moltissimo per quanto riguarda la meditazione, scrisse di quest'ultimo tipo di esperienza e l'atteggiamento che la segue:
Dal suo percorso sulle acque:
I venti erranti dei sensi
Mandano la mente dell'uomo alla deriva
E sviano il suo miglior giudizio dalle sue rotte.
Quando un'uomo riesce a calmare i propri sensi
Lo chiamo "illuminato".
... alcune persone si convincono che la vita mistica dev'essere simile ad un'opera di Wagner. Delle cose tremende accadono sempre. Ogni nuovo movimento dello spirito viene preannunciato da tuoni e lampi. I cieli si spaccano e l'anima veleggia sù dal corpo in un'esplosione di splendida luce soprannaturale. Là viene faccia a faccia con Dio, in mezzo ad un'enorme Turnverein di santi e angeli che volano, cantano e suonano la tromba. Segue uno scambio eloquente di opinioni fra l'anima e Dio in un duetto operatico che dura almeno sette ore, poiché sette è un numero mistico. Tutto questo viene costellato da terremoti, eclissi solari e lunari e le esplosioni di bombe sovrasostanziali. Finalmente, dopo una breve anteprima della fine del mondo e dell'Ultimo Giudizio, l'anima torna, piroettando graziosamente nel corpo e il mistico torna a sé per scoprire che è circondato da un cerchio di compagni religiosi, taciti e ammirati, fra i quali uno o due stanno prendendo appunti furtivamente dell'evento in considerazione di qualche futuro procedimento di canonizzazione.Qui, Merton sta scrivendo di uno dei maggiori ostacoli della nostra cultura alle pratiche meditative e lo sviluppo interno. Cioè, il credo che qualunque cosa accada, accade improvvisamente e in modo sorprendente e che, se una meditazione o disciplina meditativa particolare non produce questi risultati, bisogna abbandonarla e cominciare con un'altra. È da questo tipo di credo che otteniamo gli `atleti spirituali', così prevalenti fra coloro che si interessano in questo tipo di lavoro oggigiorno. Esprimono la loro mancanza di disciplina spostandosi ripetutamente da un tipo di lavoro meditativo ad un altro, secondo la mania del momento, credendo che stanno domando la ribellione delle loro navi interiori proprio nel momento in cui stanno incoraggiando la sua vittoria. Tornando alla nostra analogia della palestra, non aspettiamo di lavorare ai pesi senza nessun cambiamento nel corpo finché, ad un tratto, i nostri muscoli saltano fuori, la nostra pancia si appiattisce e rassomigliamo a Tarzan o a Raquel Welch. Aspettiamo, piuttosto, un processo di cambiamento lungo, lento, generalmente impercettibile, nella direzione che desideriamo. La stessa cosa è vera della meditazione.
Uno dei motivi per questa mancanza di disciplina e per questo spostamento da una mania ad un'altra (nello stesso modo in cui Parigi detta la mania del momento nell'abbigliamento femminile, così l'Istituto Esalen in California detta la mania del momento nella meditazione) è costituito dai racconti nei libri sullo Zen di ciò che accade agli studenti dello Zen quando hanno lavorato abbastanza a lungo con la tecnica del Koan. Improvvisamente, dicono le descrizioni, comprendono la risposta, cominciano a tremare e a sudare profusamente. Il maestro concede che hanno trovato la risposta a questo problema, che hanno risolto questa meditazione particolare (cioè, che hanno lavorato abbastanza a lungo con essa). Spesso questo viene interpretato dal lettore (e delle volte dagli studenti dello Zen) per dire che hanno "raggiunto l'illuminazione", e il lettore chiude il libro con un profondo sospiro di invidia e speranza. Se, però, invece di chiudere il libro, avesse voltato pagina, avrebbe notato che lo studente riceve poi il prossimo Koan con cui lavorare e le sue meditazioni continuano. Non si parla più di `illuminazione'; il suo lavoro va avanti.
Il Cardinale Newton scrisse che non esistono conversioni improvvise ma che, qualche volta uno si può rendere conto che si è diventati ciò che si è attraverso il lavoro sodo. Il credo che `l'illuminazione' capita all'improvviso e che quando capita completa l'intero lavoro, è stranamente simile al credo nel `insight' nei primi tempi della psicoterapia. Allora si credeva che un paziente lavorava con un problema finché, improvvisamente, otteneva `insight' della sua struttura e il suo significato. Provava, poi, una profonda esperienza emotiva (senza `grandi luci bianche', ma con quasi tutto il resto che si racconta nella letteratura mistica sulle esperienze d'illuminazione) e il problema era risolto.
Purtroppo, l'esperienza lunga e dura nella psicoterapia ci ha insegnato che non è così. È vero che le esperienze di `insight' che quadrano con la descrizione possono capitare (come anche le esperienze d'illuminazione) ma sono soltanto l'inizio. Di rado cambiano molto, da sole. Dopo l'insight viene il lavoro lungo e duro di portarlo a compimento: di cambiare le nostre percezioni, sentimenti e comportamenti per portarli a poco a poco in accordo con la nostra comprensione. Nella stessa maniera in cui abbiamo dovuto abbandonare la speranza in grandi cambiamenti improvvisi nella personalità, abbiamo anche dovuto abbandonarla nelle pratiche della meditazione.