LA RIVOLUZIONE IN CATANIA NEL 1647-48 NARRATA DA UN'ANTICA CRONACA ILLUSTRATA DAL SAC. G. LONGO * CATANIA REALE TIPOGRAFIA PANSINI ______________ 1896 _________________________________________________________________ Note su quest'edizione digitale Che sia benedetta la scrupolosa anima del Sac. G. Longo! Un secolo fa si e` dato tanta cura a portare alla luce cio` che egli chiamava "i suoi sbadigli storici" che oggi la citta` di Catania si trova arricchita di molte notizie sulla propria storia, che altrimenti, se non perse del tutto, sicuramente non sarebbero conosciute. Qui ripeto il suo lavoro conservando e pubblicando un manoscritto in cui vengono descritti da un testimone oculare ben informato e schietto i sanguinosi tumulti rivoluzionari catanesi del 1648. I numeri fra parentesi nel testo rimandono alle note del Sac. Longo, le quali si trovano alla fine di quest'archivio. Non le riproduco tutte; ometto quelle in cui il Sac. Longo da` rilievo alla differenza fra questa versione dei fatti e quella di un certo Rizzari, e quelle in cui riassume il contenuto del manoscritto. Il mio segno [sic] nel testo indica che la parola o frase precedente, sebbene pare strana, era proprio cosė nel testo originale, spesso una forma archaica di grammatica o di ortografia, come l'uso della forma "furo" per l'odierno "furono", eccetera. Martin Guy, Catania e Raddusa, maggio 2002. _________________________________________________________________ Tabella dei contenuti * CAP. I.: IL 27 MAGGIO In questo giorno cominciano i moti rivoltosi della plebe e in fine dello stesso giorno, per l'intromessa opera del Principe di Biscari, cessano per poco. * CAP. II.: DAL 28 MAGGIO ALL'8 GIUGNO La plebe, esasperata perche` andava dicendosi che i nobili avevano scritto contro di essa al Vicere`, si muove a nuovo e piu` feroce tumulto, s'impadronisce della Citta e la governa. * CAP. III.: DALL'8 AL 25 GIUGNO La plebe monta sempre piu` in ira contro la nobilta` e, pazza della vittoria riportata, ne abusa; cio` che indispettisce molto la gente onorata. * CAP. IV.: IL 28 GIUGNO La nobilta` inanimata da molti uomini dabbene si muove contro la plebe e ne fa scempio abusando alla sua volta della vittoria. * CAP. V.: DAL 29 GIUGNO ALL'8 OTTOBRE 1647 La plebe non si da` per vinta, contende ancora ai nobili il governo della citta', molti congiurati ne meditano la rovina, un forte temporale impedisce l'esecuzione dell'orribile congiura. * CAP. VI.: DAL 9 OTTOBRE A TUTTO GENNAIO DEL 1648. La nobilta` sopraffa` la plebe, questa aspetta l'occasione di vendicarsene. * CAP. VII.: DAL 10 FEBBRAIO AL 23 MARZO 1648. Si presenta l'occasione di una nuova rivolta della plebe; Girolamo Cutugno la capitaneggia; i nobili presi da timore abbandonano la Citta`. * CAP. VIII.: DAL 25 MARZO A TUTTO GIUGNO Il Vicere` scrive lettere favorevoli alla plebe la quale, acconsentendo, accoglie un Governatore straordinario che rimette nella Citta` la perduta quiete. _________________________________________________________________ AI NOBILI CATANESI DEGNI NIPOTI DI QUEGLI AVI CHE EBBERO GRAN PARTE NEI FATTI MEMORANDI ACCENNATI IN QUESTA CRONACA CHE MOLTO CONTRIBUIRONO AL RITORNO DELL'ORDINE QUESTO MIO LAVORO O. D. C. _________________________________________________________________ CAP. I. IL 27 MAGGIO In questo giorno cominciano i moti rivoltosi della plebe e in fine dello stesso giorno, per l'intromessa opera del Principe di Biscari, cessano per poco. A 27 Maggio, lunedi`, ad hore 16 e mezza 1647 si trovarono nelli publici luoghi della citta` di Catania molta quantita` di cartelli dicendo di questa maniera: all'armi, all'armi ed altri: al sangue, al sangue contro la nobilta` di detta citta` di Catania, cennando tutto al mal governo (1). Alcuni sacerdoti dabbene, veduto questo, subito ragunatisi andaro dove era la Citta` (2) pregandola che per l'amor di Dio dasse rimedio a queste indemoniate genti, che li levasse le gabelle accio` fossero dappoi dell'errore avvisate. Li detti giurati non vollero levare le gabelle conforme quelli sacerdoti li consigliavano, ma vollero prima donarne parte a S. E. (3) per sapere che cosa si doveva fare che la citta` di Catania si dubitava non facesse conforme si stava facendo nella citta` di Palermo con l'armi in mano e mandaro a S. E. tutti li cartelli quali si trovaro come sopra. Mentre che si stava in questo, che non ancora la Citta` aveva spedito il correro, ecco che si vidde tutta la Citta` con le armi in mano, di ogni conditione, tutti gridando: serra, serra, al sangue, al sangue, al foco. Tale spavento, posso ben dire, di non havere veduto mai i nostri antenati: chi piange padre, chi marito e figli, chi per le chiese e chi per confessione, pallidi tutti quasi ombre di morte. Mentre si stava in questa pallidezza ecco calare dalla Civita Don Bernardo Paterno`, nipote di Raddusa (4), con l'armi in mano, seguito da mille marinai benissimo armati con suoi moschetti e forniti di monitione. Essendo nella piazza con molti gridi e strepiti, ecco che calano il Corso da mille homini molto bene armati gridando ognuno: al sangue, al sangue. Nella stessa piazza ecco dalla Triscini (5) calare da due mila homini molto bene armati. In questo cala ancora tutta la mastranza e altre genti da due mila homini di fatto armati con spade, scopette, pugnali, soffioni et altre armi. Dire non si puo` con penna il caso orrendo; solo io che fui a vista posso appena col mio pensiero raffigurarmi di nuovo quel tempo, accio` preghi Iddio che non piu` possa tornare tale tempo e tale hira; tutto intanto per li nostri peccati! Mentre si stava in questo non si sapeva che fare: chi dicea una cosa, chi un'altra, chi voleva distruggere case e chi abrugiare; tutti poi in una voce risolvettero che si abrugiassero tutti li nobli, e cosi` gridarono: alle frasche, alle frasche; et ecco che in un punto si vide la piazza piena di frasche e legna. Mentre si stava carreggiando frasche furo scarcerati tutti li carcerati e si voleva ancora scarcerare quelli dello Castello (7), ma il Castellano non volle darli e stava in sua guardia con il ponte tirato. D. Cesare Tornabene, Capitano della Citta` (8), visto allora il gran pericolo, ordino` al Castellano che escarcerasse tutti li carcerati e cio` per evitare maggior danno. Cosi` tutti li carcerati essendo fuori, rivati nella piazza incominciarono ad abrugiare e ardere. Alcuni spiriti maligni dettero ad abrugiare le carte dello patricio e quello dello capitano; e cio` fu di gran rovina per questa povera citta` poiche` si abrugio` tutto l'archivio, cosi` criminale, come quello civile, di anni 50 addietro; cio` e` stato e sara` di molto danno alla Citta` per tale abrugiamento di archivio. Vedendo tanta perditione, subito il sig. D. Francesco Amico (9), Vicario Generale in sedia vacante, si piglio` il SS. Sacramento et usci` fuori nella pubblica piazza, dove era quasi tutto il popolo con l'armi in mano facendo stragi e rovina. Tutto che con la vista del Gran Nostro Iddio si balcasse un poco l'empia rabbia di alcune genti, tuttavia non fu bastante per tale moltitudine di genti le quali non si lasciavano affatto correggere. Come anco uscirono li padri di Gesu` della Collegiata con il SS. Crocifisso, accompagnato da tutti quelli padri che si mortificavano gridando: misericordia e andavono per le strade: parte battendosi con capi di corda e parte con catene; ma essi non furono bastanti a corregere la moltitudine. Usci` financo la Custodia della Collegiata accompagnata da molta gente gridando tutti: misericordia, e nemmeno cio` fu bastante. Usci` finalmente il SS.mo che allora era esposto nella parrocchia di S. Filippo, come e` hordinario, accompagnato da molti cavalieri, genti ordinarie e donne scapillate, tutti gridando: misericordia. Tutti andarono verso la publica piazza che allora era piena di fuoco e vampe, che salivano e passavano la Loggia (10). Mentre che quella gente si stava in questo fracasso et erano giunti tutti questi che innanti ho detto, per sommo miracolo di Dio, incomincio` l'ira a balcare, che altrimenti sari`a finita male; se non fosse stato per l'aiuto del Sommo Iddio gia` questa Citta` fora stata distrutta e facta come dette male genti havevano divisato di fare, poiche` havriano abrugiata tutta la Loggia (11) con tutto l'archivio come avevano abrugiato tutte le leggi della Citta`, buffetti ed altri arnesi. Veduto questo, parte del popolo honorato fecero subito cavalcare il signore D. Agatino Paterno` Principe di Biscari, il quale calando con due suoi carissimi fratelli nella pubblica piazza (dove si stava con tanta afflitione e con tante mila persone, tutte armate, et il signor Vicario Generale in quel mezzo con il SS. Sagramento in mano) incomincio` a gridare resicando sua vita e tutto confidato in Dio: Viva il Re di Spagna. Tutta quella genta, vedendo il Principe, lo seguirono, et incominciarono a gridare: Viva il Re di Spagna et fora gabelle. Con questo mezzo termine si quetarono tutti et incominciarono a domandare di levare le gabelle, e fecero due Giurati popolari; questa zuffa duro` sino ad hore 20 in cui si fecero li detti giurati. Il primo fu Filippo Mancarella et il secondo Giuseppe Incontro e delli sei giurati, che erano nobili, ne foro levati due e foro il Sig. D. Ercole Gravina et il Sig. D. Francesco Ramondetta (barone del Pardo). Si dese poi possesso alli due Giurati cittadini con molto honore et pompa, tutta la gente li accompagno` in forma di giurato, con li tamburi a cavallo e le trombe a cavallo, e con li altri giurati nobili alla spada, e tutto il popolo appresso con l'armi in mano gridando: Viva il Re di Spagna e fora gabelle. Tutto questo giorno si passo` in questo come ho detto, e fu la prima giornata. _________________________________________________________________ CAP. II. DAL 28 MAGGIO ALL'8 GIUGNO La plebe, esasperata perche` andava dicendosi che i nobili avevano scritto contro di essa al Vicere`, si muove a nuovo e piu` feroce tumulto, s'impadronisce della Citta e la governa. Il giorno seguente che fu il 28 di Maggio, il martedi`, si andava dicendo che li nobili volevano fare tradimento alli popoli e che havevano scritto a S. E. contro detti popoli. Per questo il popolo adirato incomincio` piu` furioso del giorno passato, e cosi` si vidde di nuovo la plebe contro la nobilta`; volevano tagliar questa tutta a pezzi e con le donne e coi figli; cosi` si vidde sin dalla mattina una serra serra e ognuno alle armi. Questo giorno fu piu` di terrore del giorno passato, che se non fosse stato per gli uomini honorati, tutti li nobili si avriano tagliati a pezzi. Pero` non si potte reparare in tutto, in quanto che si porto` frasca alla casa di D. Francesco D'Alessandro et di D. Pompeo La Torre e vi danno fuoco, e a colpi di moschettate misero tutto il palazzo in gran pericolo. Allora molta gente vedendo questa rovina, fecero uscire il SS. Sacramento della Matrice Ecclesia e portatolo al detto loco si balco` per poco l'ira di quelle genti alla vista del Grande Iddio. Pero` non tanto si potte riparare, per quanto che tutte le finestre et invetrate le fecero andare per l'aira [sic] a colpi di pietre e di moschetti, e questo fu la mattina. Essendo doppo mangiare, 28 Maggio, di nuovo la plebe incomincio` contra la stessa nobilta` a volerla tagliare a pezzi, inventando la gente che li nobili havessero gia` scritto a S. E. contro di essa. Fu gran caso in questo giorno che li popoli serraro tutta la nobilta` nel Seminario, e poi fecero lettere a S. E. e di poi fecero uscire li nobili ad uno ad uno e li fecero sottoscrivere quelle lettere, con farli dire che quella mozione le havevano fatta li nobili e che li giurati cittadini li avevano fatto detti nobili ed altri e mille capitoli; tutto consistendo di essere stati li nobili la causa di quella ribellione. Quelli cavalieri, che non erano subito a sottoscrivere, li minacciavano con il pugnale nel petto e subito mandavano le frasche, di cui era piena la piazza, alle case di essi cavalieri per darle fuoco. Quelle abrugiate furono molte, ma le prime foro le Torri, le seconde foro le case di Michele Asmundo, terzo la casa di D. Bernardo De Felice Bevecito ed altre; ma perche` si stavano genti honorate, le quale vedevano cosa che li popoli seguivano a fare, subito corrono con il SS. Sacramento sopra il loco a cosi` non li lasciaro fare piu` danno. Il mercoledi`, che fu il 29, si getto` banno che diceva: tutti fora cappa sotto pena della vita et ognuno andare con spata e pugnale e qualsivoglia altra sorte di arme che avesse voluto portare. Si fecero in quel giorno le forche nella Fera (17) e si tenne Consiglio di quello si doveva fare. Il Giovedi` (30 Maggio) si fecero li Capitani delli quartieri con sette alfieri e foro tutti nobili e foro questi:--della Santissima Trinita` il Capitano fu D. Giuseppe Rizzari e l'alfere D. Pietro Moncada--di Sancta Agatha la Vetera D. Gasparo Rizzari e l'alfere D. Vincenzo Gravina--della Civita D. Bernardo Paterno` e Raddusa e l'alfere...--della Porta di Mezzo (20) D. Giacomo Platania e l'alfere D. Ignazio Asmundo--del Castello D. Franco Scarfellito e l'alfere D. Francesco Paterno`--di S. Margherita...... (mancano nel manoscritto i nomi degli altri Capitani ed alfieri). Il Venerdi`, 31 Maggio, Sabato, 1 Giugno e la Domenica seguente si fece la raccolta della somma di trentamila scudi per comprare tanto frumento per servitio della Citta` e per altri bisogni; quali denari li dettero D. Vico Ansalone, Michele Asmundo, D. Francesco Paterno` alla Fera, e D. Giovanni Todisco. Si mandaro a Sua Eccellenza li innanzi detti Capitoli ben fatti e sottoscritti da tutta la Nobilta`, quali detti Capitoli li porto` D. Lorenzo Promintorio et il padre Priore di S. Teresa. _________________________________________________________________ CAP. III. DALL'8 AL 25 GIUGNO La plebe monta sempre piu` in ira contro la nobilta` e, pazza della vittoria riportata, ne abusa; cio` che indispettisce molto la gente onorata. Si stette di questa maniera insino alli 8 di Giugno: sempre si stava con l'anima sospesa in tutta la Citta`, e con molta guardia sopra le mura e anco a cavallo con le scorti e tutti con le armi in mano e particolare le maestranza, che non lasciavano mai l'armi. Essendo cosi` rivati insino alli 8 di detto mese di Giugno, D. Alessandro Gioeni, che era capopopolo, incomincio` ad andare componendo per tutta la Citta` con dire che esso mandavano le genti per denari e quei poveri cavalieri lo credevano e fece molti componimenti (22). Ma Iddio fece scoprire la sua furberia poiche` di quello, che detto Gioeni faceva, alcuno non ne sapeva niente, onde le genti, scoverto questo, andaro per pigliarlo e strangolarlo. Esso fuggi` e non si pote` trovare ne` vivo ne` morto. Alli 10 di detto mese di Giugno vi fu anco Mastro Antonio Giusto corvisere congiurato che con cinque altri, la notte seguente, si lanciaro nella casa di una povera per derubarla e in effetto la derubaro e dopo l'ammazzaro. Subito la mattina si provo` il caso e pigliaro prima....... (nel manoscritto manca il nome) compagno di Giusto il qual era stato alla detta casa e lo pigliaro nella Chiesa. La plebe lo porto` alla forca per appiccarlo, ma perche` non era li` chi havesse fatto l'ufficio di appiccarlo e nemmeno il sacerdote che l'avesse a ricordare (23) e perche` alcuni incominciaro a dire che prima di dovessero prendere le informazioni se costava il fatto e che doppo l'avessero appiccato, cosi` con questa conditione lo portarono carcerato. Pigliaro poi subito il secondo, mastro Antonio Giusto et anco lo portaro carcerato con l'altro. Alli 14 di detto mese di Giugno di nuovo per alcuni senza mente si disse: serra, serra e questo duro` per insino alla sera, e si dette fuoco alla casa del Clerico D. Francesco Alfano il quale si diceva essere della fellione della nobilta`; si porto` di nuovo frasca alla casa delle Torri ma perche` subito li ando` il Santissimo non si lascio` far danno. Alli 15 di detto mese si mando` il sergente maggiore, che si chiamava D. Antonio, in Palermo a S. E. il Vicere`. Alli 16 venne avviso da S. E. che la Citta` havesse a mandare persona per essa a Palermo et anco che andasse li` il detto Signor Principe di Biscari. Alli 20 di detto mese si parti` in fatto il detto Sig. Principe con il Sig. Filippo Mancarella, giurato cittadino, i quali si portarono 100 compagni et homini di rispetto in sua compagnia. Rivati in Palermo si seppe per la Citta` di Palermo che venivano questi mandati dalla Citta` di Catania, ai quali voleva uscire all'incontro tutto Palermo; saputo questo S. E. non volle che alcuno andasse incontro che si dubitava un nuovo tumulto (26), e cosi` quelli di Catania entraro da privati, ma cio` non pertanto non poteron ottenere che alquante persone non li andassero incontro. Ai 21 di detto mese il popolo di Catania carcero` D. Francesco Tornabene nella grada (27) delle Carceri e vi pose un 20 persone in guardia; ai 22 il popolo di detta Citta` carcero` nell'istessa grada Don Vincenzo Paterno` e Raddusa. La carcerazione di questi due cavalieri non parse bona a tutti, ma dispiacque a molti. E perche` si vedeva che si facevano le cose senza ragione, ogni persona era mutata, e perche` erano molti homini senza ragione, i quali dominavano, a ogni poco si stava con molto timore di cuore. _________________________________________________________________ CAP. IV. IL 28 GIUGNO La nobilta` inanimata da molti uomini dabbene si muove contro la plebe e ne fa scempio abusando alla sua volta della vittoria. Il 28 di detto mese, di Giugno, ad hore 17 sonate, giunse l'avviso venuto da Palermo che avea portato D. Lorenzo Promintorio; per detto avviso si stava tutta la citta` mostrando con molta malinconia et oscurita`. Mentre si stava in questo lutto, che pareva minacciasse rovina per tutto il mondo, e ogni cittadino si stava pallido e mesto, si vide tutta la Citta` essere circondata dalli padri religiosi, mossi di santo zelo al vedere tale giorno. Essi con crocifissi in mano, con catene si battevano e gridavano perdono e misericordia a Dio: pareva che in quel momento dovesse subissare Catania. Et ecco in questo punto, quasi in un niente venire l'ira di Dio la quale pareva dicesse: a voi peccatori distruggetevi fra voi; ecco imbrunarsi l'aere mesto e pallido, adirarsi tutto il popolo di Catania contro l'un l'altro e sentirsi il suono di trombe e di tamburi. In questo rivo` il misero e dolente Giacomo Cicala il quale era homo di poca coscentia et haveva composto alcuni della Citta` e rivo`, in quest'ira, nella piazza in cui era allora il Quartiero del Castello. Rivato in quest'ira ecco che a colpi di moschettate et a punte di spada, senza che avesse potuto parlare, li levarono la testa dal busto. Qui non si puo` con penna narrare quel tanto che in questa sfortunata Citta` ebbe potuto succedere, poiche` si vidde tutta la Citta` in un fuoco: ogni campana all'armi, le trombe e i tamburi per tutta la Citta` e tutti gridando: all'armi, all'armi, guerra, guerra. Si vedeva contro il padre il figlio e contro il fratello il suo fratello, e delle donne chi piange padre e chi marito e i figli; non si sentiva piu` che archibuggiate e non si vedeva che sangue per terra. Li padri religiosi con li crocifissi andavano per le strade, confessando ogni persona la quale non sapeva se si ritirasse viva. Ecco che della Civita calare tutti li marinari armati e contra di cui nemmeno essi sapevano, e il quartiere che era a guardia combattere contro di cui nemmeno esso il sapeva: il popolo tutto adirato contro di cui nemmeno esso sapeva. La nobilta` intanto tutta sotterrata piangeva e lagrimava poiche` si immaginava essere contra di essa l'ira dei popoli. Mentre si stava in questo che l'un cittadino sparava all'altro e quello banniava la testa di quell'altro (30), or pensa in che afflizione e pericolo si stava. In questa confusione parte del popolo honorato, ispirata da Dio, andarono al Sig. D. Cesare Tornabene, Capitano della Citta`, e lo trovarono ammucciato (31) con la figura di S. Antonio in mano, pregando al Signore che lo scampasse da tale ira. Onde quelli animandolo lo fecero cavalcare e quello, cavalcando, con il ritratto di Sant'Antonio in mano, sali` nella piazza, dove arrivato, vedendo tale judicio, incomincio` a fuggire verso il Convento di S. Nicolo` l'Arena per salvarsi, poiche` si era impaurito di tale judicio. Il popolo, andandogli d'appresso ed animatolo, lo fece ritornare, il quale, ritornato, comincio` a gridare: Viva il Re di Spagna. Essendo nella piazza, vedendo tale judicio, animato dal popolo honorato, detto Capitano bandi` per ribelle il misero e sfortunato D. Bernardo Paterno` e Raddusa con tutti li miseri e sfortunati marinari. Cosi` tutto il popolo irato ando` contro detto di Paterno` e marinari i quali si havevano pigliato la fortezza dello Bastione Grande (32). Arrivato il popolo con animo di danneggiare quelli del Bastione, trovo` per sua mala fortuna che li pezzi di detta forteza erano voltati tutti contro la Citta` e verso il popolo. Qui alcuno non puo` dire, ne` core umano restare di lagrime asciutto senza che qualche poco non sudi o pianga. Si adiro` talmente il popolo che urto` con la forteza e, mentre quelli della fortezza resistono, la Citta`, veduto in che pericolo era essa, subito ordino` al Castellano, il quale si domandava D. Gio: Serraval o Lonazol, che dal Castello battesse la forteza del Bastione Grande. Onde quello per tale ordine incomincio` a battere a colpi di cannone; allora detti poveri marinari abbarruati (33) tutti si lanciarono di detta fortezza e, trovando le barche in ordine nel porto, si misero in mare, ma tanti non potettero imbarcarsi, e cio` non pertanto non foro uccisi e pigliati, e cio` per sommo miracolo della gloriosa S. Maria della Dagara. Poiche` mentre si stava in questa zuffa, si senti` sonare la sua campana da se sola et andando molte persone nella Chiesa trovarono tutta l'Imagine con il vantiotaro (?) messa nel mezzo del muro e i suoi veli, tutti nell'aere. Vi concorse tutta la citta` mirando si` gran miracolo et altre cose d'ammiratione. Lascio da dire questo e ritorno al primo che mentre le moschettate avvampavano e si combatteva in quella fortezza, ecco che nella piazza si calaro tre pezzi di cannoni: l'uno guardava il Campanaro (35), l'altro la Trixini (36) e l'altro li Corviseri (37); tutti carichi di palle di moschetti: qui foro alcuni morti, quelli i quali erano signalati furo: il primo Giacomo Cicala, il secondo l'amaro Bernardo Paterno` (38) capo delli marinari e capo-popolo, il terzo patron Cola marinaro, il quarto patron Pietro Stagno, il quinto patron Giuseppe Stagno fratelli, ve ne furono uccisi molti altri assai, feriti molti altri. Li presi furono questi: Vincenzo Giardinello, il Tignoso vitellaro, il quale aveva brugiato l'archivio anzi detto, Carro lo Scocco, Carro di Giovanni e un marinaro i quali erano confidati con D. Bernardo. Molti marinari furo presi in Augusta e molti altri feriti, molti altri in Iaci, parte s'annegaro e parte se ne andarono per la Calabria. Lascio da dire il grande lamento che fece la madre del misero D. Bernardo, quando si vide passare di sotto le finestre l'amara testa del suo figlio, attaccata alla punta di un bastone; sulle prime non la pote` si bene e subito conoscere, pero` quando vidde il busto che il boia portava di sopra le spalle con tanto vilipendio, cadde in terra tramortita e vi stiede piu` di un'ora: dapoi, rinvenuta un poco tutta pallida, quasi fuor di se stessa, fu trasportata dentro le stanze. Fu necessario chiuderla in una stanza firmata (39) per timore che si buttasse dalli balconi. L'istesso giorno, ad hore 21, si pigliaro tutti li corpi e s'appesero parte nella publica piazza e parte nello piano della Fera per un piede e le teste si misero sopra la Porta di Iaci nelli pertugi. _________________________________________________________________ CAP. V. DAL 29 GIUGNO ALL'8 OTTOBRE 1647 La plebe non si da` per vinta, contende ancora ai nobili il governo della citta', molti congiurati ne meditano la rovina, un forte temporale impedisce l'esecuzione dell'orribile congiura. Il posdimane, che fu il giorno 29 di detto mese di Giugno, subito il Capitano della Citta` ordino` che ognuno si mettesse i ferrioli (41), si sottraessero quelli appesi e che nessuno piu` parlasse di niente. Havvistosi pero` il popolo che li nobili si vantavano di haver fatte tante straggi, ne fu tutto adirato. Si vidde tutti di nuovo in un serra serra ed ecco li nobili chi fugge, chi si nasconde e chi si sotterra al sentire suonare li tamburi. Qui havrebbe successa l'ultima rovina di questa Citta`, se non che tutti li nobili incominciaro a dire: viva il popolo honorato della citta` di Catania; e a chi quindi veniva dato honore, costui evitava la zuffa. Cosi` si quieto` il popolo per miracolo del Sommo Iddio. In questo sempre governava la plebe nella Citta` e nessuno si provava a levarle questo dominio. L'ultimo di detto mese e il 1, 2, 3, 4 e 5 di Luglio il popolo s'andava consigliando di quello dovesse fare, e il consiglio preso fu contro la nobilta` e ognuno era per lanciarsele contro; ma perche` si stava aspettando la risposta da S. E. per questo ognuno non si moveva. Alli 6 di detto mese venne il correro da S. E. e porto` risposta che S. E. molto si tenne gradito del successo in Catania, di haver levate le teste a quelli dandoli per ribelli e tanto piu` perche` essi andavano componendo; e che S. E. voleva concedere alla Citta` di Catania tutto quello e quanto domandava e la restituzione dei Casali (42); pure venne ordine che si esterrassero (43) l'infrascritti e di mettersi ognuno li ferrioli e cosi` la Citta` con tutto il popolo si metteva in ordine. Li esterrati dal Regno da S. E. e R. G. C. furono: il primo D. Alessandro Gioeni, Notar Mase e Gio. Battista Di Mauro fratelli, Vito Randazzo, M.ro Diego Gargano e sette marinai. A' 23 Luglio 1647 nella Cortina (44) sopra il Castello, la mattina ad hore 9, si appiccarono tre: Carlo lo Scapo, dato per ribelle, il Tignoso, come quello che incomincio` ad abrugiare lo archivio e come ribelle e M.ro Antonio Giusto come quello che uccise quella antedetta donna e come ribelle. A' 6 di detto mese di Luglio la Citta` haveva mandato a S. E. e R. G. C. risposta con la gratia quale domandava, che era questa: 1. il perdono di tutta la Citta`: 2. i giurati popolari in perpetuo (45): 3. l'indulto generale: 4. la restituzione delli Casali: 5. la dilazione del civile contro cui dovesse havere con dare anni dieci di tempo: 6. La conferma della nullita` delli Capitoli quali haveva fatto il Marchese di Spaccaforno (46) a tempo che fu Vicario generale in detta Citta` di Catania il quale cunsumo` (47) la Citta`: 7. la reintegratione delli fuggiti, poiche` erano fuggite due mila persone per detto eccesso: 8. in ultimo, tutta quella gratia concessa alla Citta` di Palermo autore della ribellione del Regno di Sicilia e di Napoli (48). Cosi` stando le cose per poco tempo, ecco che li nobili havendosi preso il dito passo passo si presero la mano (49) e cominciarono a strapazzare li popoli con maltrattarli, e vedendo che li popoli non si movevano e che anzi si volevano star quieti, ecco che li nobili andavano inquietandoli. Cosi` si stiede insino alli 5 di Agosto e i nobili sovercchiavano talmente li nobili [sic] che, chi di questi parlava, lo mandavano carcerato. Ai 5 di Agosto Notar Gironamo Ronsisvalle, M.ro Gironamo Cutugno e Giuseppe Cutugno suo figlio, Giuseppe Lunzella nella bottega di M.ro Sebastiano Portoghese trovavansi tutti insieme. Il signor Capitano della Citta` li mando` a pigliare e li mando` carcerati nel Castello con molta custodia. Alli 8 di detto mese di Agosto portarono alla tortura e in secreto il detto Mro. Girolamo Cutugno e li fecero molti tormenti. Il Cutugno era homo honorato, tale lo mostravono le opere sue e dalla sua bocca non scappo` parola da nuocere ad alcuno (50). Alli 9 di detto mese si carcero` il Sac. D. Bernardo Ali`, alli 10 furono carcerati questi: il Sac. D. Giovanni Femia e D. Giovanni Mazzoni e nella Citta` di Aderno` fu fatto ancora carcerare Francesco Parisi. In tutto questo mese di Agosto furono carcerate da quaranta persone, fra sacerdoti e secolari, e fra li altri era stato pure carcerato il Sac. D. Francesco Greco. Mentre si stava in questo laberinto e travaglio, dicono che questi carcerati cercavano di far fuga di dentro il Castello. Si stette in questo fino alli 28 di Settembre, nella mattina del qual giorno per molti luoghi pubblici furono trovati cartelli, i quali avvertivano il popolo che si trovasse in ordine con l'armi in mano a nuovo movimento e che ognuno si battesse con la nobilta`. Laonde tutta la nobilta` si pose in rivolta e, per l'ardire che havevano preso, tutti andavano armati con soffioni e pistole sine fine (51). Il giorno seguente il detto Sac. signor D. Francesco Greco mando` a chiamare a se` il signor D. Francesco Amico Vicario generale e li fece palese tutto: che quei cartelli erano stati posti per fare fuggire i carcerati e che cio` doveva avvenire la notte precedente, che i carcerati congiurati con alcuni soldati del Castello havevano da uccidere il Castellano e che dopo il Castello battesse la Citta` e che quelli di fora facessero fracassi dall'altra parte e che i carcerati stavano in quella notte aspettando le armi le quali doveva portarle il creato (52) di D. Vincenzo d'Amico domandato D. Vincenzo. Ma subito fu preso il detto D. Vincenzo con altri tre che furono questi: Mro. Vincenzo Statella, M.ro Vincenzo Serafino e M.ro Vincenzo Capizzi, tutti tre corviseri. La nobilta` con molta custodia prese questi e li portarono al Castello: al popolo che vedeva questo piu` s'invetravano (53) li occhi e si rodeva: ognuno dubitava di qualche tradimento e ognuno si stava per lanciarsi contro la nobilta`. Alli 8 di Ottobre, di notte, la nobilta` haveva proposto di appiccare questi otto: Notar Geronimo Ronsisvalle, M.ro Sebastiano Portoghese, M.ro Girolamo Cutugno, M.ro Giuseppe Cutugno ed altri quattro della ciurma (54). Pero` per miracolo di Dio avvenne un grandissimo temporale d'acqua: grandine, tuoni e vento che pareva subissare la Citta`. E perche` il caso haveva da succedere in quella notte, e il temporale incomincio` a 22 hore e duro` tutta la notte, in cui doveva succedere il caso, non si pote` attendere a questo, anzi ognuno si stiede dentro a fare orationi insino alla mattina. _________________________________________________________________ CAP. VI. DAL 9 OTTOBRE A TUTTO GENNAIO DEL 1648. La nobilta` sopraffa` la plebe, questa aspetta l'occasione di vendicarsene. La mattina (9 Ottobre) successe un bellissimo giorno, e si propose di appiccare li detti carcerati nella notte di questo giorno 9. Fu anche questo un miracolo di Dio, perche` in questo giorno sopraggiunse un corriero mandato da S. E. con ordine che subito il Tribunale di Catania volesse escarcerare tutti i carcerati per causa di ribellione. Cosi` in un punto questi dalla morte passarono alla vita e ritornarono alle loro case con i loro figli e le loro mogli. Solo non si escarcerarono li tre corviseri detti sopra. Tosto che furono escarcerati si disse pubblicamente che essi tutti havevano da essere strangolati, come s'e` gia` detto, e che nel Castello vi erano molti pali e collane (55) con cui dovevano soffocarsi. Il popolo, sentendo questo, tutto si pose in grandissimo rumore e per questo la nobilta` si stava con molta paura. Il Capitano della Citta` con tutta la nobilta`, molto bene armata, passeggiava ogni notte perche` si dubitava di qualche congiura delli popoli. Oltre a cio`, notte per notte e il giorno, passeggiavano quattro capi squadra con 50 soldati salariati per guardia delli nobili. Alli 14 di Ottobre furono escarcerati li tre che erano rimasti carcerati, e questo per farsi benigna la gente; ma molti erano assai alterati (56). Alli 12 Ottobre fu Capitano della citta` D. Ludovico Ansalone il quale era giurato, questi pigliato il possesso subito mando` via cento villani armati, i quali stavano nella Loggia, per guardia della Nobilta`. Il 1 di Novembre ogni persona stava con molta rabbia. Essendo quello il giorno di tutti i Santi, in cui ogni persona stava officiando nella loro chiesa, tutta la nobilta` era nella sua Chiesa e qui stava officiando. Fu avvisato che il popolo congiurato sarebbe venuto per tagliare tutti i nobili a pezzi nella propria Chiesa (58) ove erano radunati. Vedendo questo i nobili chi pote` fuggire da una parte e chi da un'altra, chi si butto` dalle finestre e dalle porte perche` si dubitava che il popolo fosse loro sopra. Ma non fu vero quello che si andava dicendo, perche` il popolo voleva uccidere i nobili in migliore commodita`, specialmente che chi era cercato dal popolo non era andato all'ufficio e nemmeno camminava troppo per la Citta`. Il Capitano in sulle prime ando` subito per la Citta` e poi si nascose a salvamento in S. Agostino, perche` dubitava della vita ed allora usci` quando vide che non c'era niente di pericolo e si andava mostrando benevolo con li popoli. In questo si stette insino all'ultimo del mese di Novembre 1647 (59). Alla Loggia intanto stavano quaranta di guardia, notte e giorno, e s'avevano per giorno tari` quattro per persona. Nella propria Loggia comparvero tre cartelli per li quali fu pigliato il Clerico D. Agatino Vicari, la stessa notte lo misero in sicuro nella Loggia e ve lo tennero due hore ed esso non parlo` niente. La mattina dopo fu carcerato il Sac. D. Diego Chierico e altri come testimoni per provare qualche cosa. Questi poi furono escarcerati, eccetto tre i quali furono: il detto chierico, il Vicari e un altro. L'ultimo di Gennaro 1648 (60) si trovarono molti cartelli, per laonde la Citta` e Capitano getto` bando che, chi rivelasse l'autore delli cartelli, s'avrebbe onze 150 di regalo. Subito se ne dette avviso a S. E. e li mandaro li detti cartelli. Pero` non si pote` provare l'autore, laonde il Capitano escarcero` molti carcerati quali sospetti autori dei detti cartelli. Si stava intanto in quest'odio e forte nimicizia tra li popoli e la nobilta`. E` certo che la nobilta` sempre haveva trattato li popoli con mille dispettosi trattamenti e strapazzi e mille ingiurie; i popoli intanto sopportavano e fingevano affinche` non ricevessero piu` vili strapazzi. Erano pero` le cose arrivate ad un punto che essi non potevano piu` sopportarle. _________________________________________________________________ CAP. VII. DAL 10 FEBBRAIO AL 23 MARZO 1648. Si presenta l'occasione di una nuova rivolta della plebe; Girolamo Cutugno la capitaneggia; i nobili presi da timore abbandonano la Citta`. Ai 10 di Febbraio 1648, quando si teneva nella pubblica piazza di questa Citta` la Fera (62), che in questo giorno si fa in onore della Gloriosa nostra S.a. Agata, ad hore 20 in circa, mentre che la nobilta` stava in detta Fera passeggiando, ecco passare la carrozza del Barone di S. Giuliano (63), dentro la quale era la moglie del Barone. La carrozza passando urto` col sopracelo (64) con le corde delle tende della loggia (65) di Giuseppe e di Mastro Diego lo Bruno. Quelli cavalieri che si trovavano in detta Fera, tra i quali trovavasi lo stesso Barone, vollero affrontare i detti Bruno, stante che questi non corsero subito con coltelli per rompere le corde e cosi` impedire l'urto della carrozza. Tanto era il dominio che detti nobili havevano pigliato contro li popoli! Per il che i poveri popoli non potendo piu` sopportare, ecco il detto Mastro Geronimo Cutugno lanciarsi e levare una pistola ad un nobile. Vedendo questo li altri popoli si trovarono con esso, si lanciarono nella Loggia dove erano quelli soldati tutti armati a servizio della nobilta` e, disarmatili tutti, li pigliarono a colpi di scimitarre cacciandoli fora. Si vide allora tutta la Citta` in rivolta e ognuno pronto all'armi. Mentre si stava in questo il detto Cutugno piglio` un trombetta (66), lo fa porre a cavallo e, con due cento figliuoli appresso, lo fa girare per la Citta` gridando: serra, serra. Dopo calo` nella piazza, dove erano da mille popolani tutti armati, e getto` bando che ogni mercante sbaratasse la sua loggia, mettendovi quattro uomini honorati bene armati, accio` guardassero la robba. Cosi` fra il termine di tre hore si sbaratto` tutta la piazza piena di logge e di mercanti, senza che si fosse perso un tari` da nessuno. Fatto questo il Cutugno fece di subito scippare (67) tutte le logge e fece portare un pezzo (68) in mezzo la piazza con molta munizione e mando` alcuni a pigliare la Fortezza di S. Giovanni (69). Or mentre si stava in questo, e i popoli andavano procurandosi tutta sorte di armi, venne ad oscurarsi il giorno. Li nobili vedendo l'apparecchio che in un subito fecero li popoli, mostrarono di voler combattere infinitamente; ma poiche` fu riferito ad essi che in quella notte li popoli volevano ammazzare tutti li nobili, questi se ne fuggirono dalla Citta`, chi si gettava dalle mura con la moglie e i figli, chi fuggiva vestito da monaco, chi usciva dalla porta da povero viandante. Finalmente quando li popoli si risolvettero di assalire li nobili, non ne trovarono ne` grandi, ne` piccoli, ne` donne, ne` homini, tutti erano fuggiti per li boschi e per li Casali: chi dormiva sotto rocche, chi arrivava nei Casali piu` morto che vivo; le loro armi chi li lascio` sotterrate nelle rocche, chi le lascio` alli padri Cappuccini e a quelli Riformati; le loro donne chi si diserto` (71) per le rocche e chi rivo` piu` morta che viva. Ognuno di essi andava lagrimando e piangendo, poco curandosi della roba. Vedendo questo D. Blasco Romano, il quale in queste cose non era stato ne` buono, ne` reo, si getto` tra li popoli trattando di far fare la pace tra popoli e nobili: cosi` egli cercava potere far ritornare nella citta` i nobili. Il detto Romano scrisse ancora a S. E. che nella Citta` si stava trattando questa pace tra popoli e cavalieri, e che il detto di Cutugno voleva andare in Parlamento innanzi a S. E. per dire tutto. Il Cutugno si parti` in fatti da Catania alli 13 di detto mese Febbraro e si porto` con esso un Crocifisso e un pezzo di collana; cosi` comparendo innante a S. E. voleva significarle che se egli aveva fatto male contro Sua Maesta`, voleva morire appiccato con quella collana: esso pero` intendeva che mai haveva fatto cosa contro Sua Maesta`. (tralascio un periodo che, secondo me, non ha nesso alcuno con quel che segue). Passando il detto Cutugno per Aderno`, quelli di Aderno` lo riconobbero e lo presero e lo portarono carcerato come ribelle. Alli 9 di Marzo si seppe in Catania che il detto Cutugno era stato pigliato, per laonde tutta la Citta` si mise in rivolta e si voleva ribellare contro il Capitano e alcuni Cavalieri che erano ritornati nella Citta`. Onde il Capitano mando` subito il suo bargello (73) in Aderno`, che per servitio di S. Maesta` si facesse consegnare da quelli di Aderno` il Cutugno per portarlo in Catania. Il Capitano di Aderno` rispose che non lo poteva consegnare al bargello, poiche` lo voleva consegnare con publico contratto. La Citta`, vedendo questo, supplico` S. E. che volesse concedere gratia di fare consegnare dal Capitano di Aderno` detto di Cutugno. _________________________________________________________________ CAP. VIII. DAL 25 MARZO A TUTTO GIUGNO Il Vicere` scrive lettere favorevoli alla plebe la quale, acconsentendo, accoglie un Governatore straordinario che rimette nella Citta` la perduta quiete. Si stiede in questo insino alli 15 di Marzo. Si disse per la Citta` che i nobili havevano fatto tra essi una congiura di tagliare a pezzi alcuni popolani, e la Citta` di nuovo si mise in guardia e non lasciava entrare quelli Cavalieri che erano rimasti fora della Citta` per la loro fuga fatta. Alli 20 di detto mese di Marzo si trovo` che M.ro Andrea Riccioli catanese andava cercando persone che volessero essere della fellione delli nobili contro li popoli, questi presero quello con molta furia e volevano ucciderlo; ma, non essendo certi, lo portarono carcerato. Dappoi si seppe che detto Riccioli era stato comandato dal Capitano della Citta e dalli Cavalieri. Alli 21 di detto mese li popoli volevano levare la testa al detto Riccioli come traditore. Alli 22 si disse che li nobili volevano combattere con li popoli arme con arme e la giornata stabilita era li 23: per questo tutta la Citta` si mise in arme, onde quelli nobili che erano rimasti in Citta` se ne fugirono dove erano gli altri! Li 25 venne lettera di S. E. contro li nobili la quale molto era favorevole alli popoli e contro detti nobili. Nello stesso tempo S. E. faceva sentire che avrebbe mandato un Governatore in Catania, per la quale cosa scrisse alli popoli, se lo volevano ricevere. Subito li fu risposto che questo era il gusto delli popoli che volevano nuovo governo. Li 6 di Aprile arrivo` in Catania il Sig. Governatore mandato da S. E. Fu ricevuto con grande honore e con sparare 200 maschi (75) e tutta l'artiglieria. Da detto giorno li nobili fuggiti incominciarono a raccogliersi in Citta`. Detto Governatore mostro` alla Citta` una lettera mandata da S. M. alla Citta` di Catania molto affettuosa et amorosa e particolarmente per quelle teste che livarono........... (Qui la cronaca manca di altri fogli in cui dovea essere scritto il seguito e il fine; pero` qualche altro scrittore ve ne attacco` altri, come ben si vede dalla diversa qualita` della carta, dicitura e scrittura e prosegui` l'interrotta cronaca legando il periodo di sopra, rimasto sospeso, con le parole qui appresso): di quelli rubelli e S. M. finiva la lettera offerendosi in ogni occorrenza alla Citta`. Anche in detta lettera S. M. mandÃ˛ la nobilta` a Francesco Speciale chiamandolo D. Francesco, essendo il suo Ufficio quello di ferraro: questo era stato bombardiero sopra la fortezza del Bastione Grande, quando se ne haveva impossessato D. Bernardo Paterno`. Detto bombardiero, fuggendo dal Bastione, si butto` da detta Fortezza e si ruppe una gamba. Fu riferito a S. M. che esso si butto` da detta Fortezza per non voler dare fuoco alli cannoni contro la Citta` e per questo S. M. li assegno` ancora di prazza (76) trenta scudi il mese (77). L'ultimo di Giugno si elessero li Ufficiali con due Giurati popolani: l'uno fu Giacomo Gemma e l'altro Francesco La Gugliara, cugini carnali, che con la presenza del Governatore tenevano la Citta` in mediocre pace (78). Hor stando in questo, il Governatore, che era stimato dalli popoli, pose un certo intrico con una Signora Dama abitante vicino il Porto (79). Li 24 di Luglio, ad hore tre di notte, essendo detto Governatore insieme con Cesare Caracciolo suo magistro notaro e con un creato vicino il loco della Casa della Signora Dama, ed aspettava di entrarvi di sospetto, fu sopraggiunto da M.ro Francesco Portoghese Capoxurta (80) con i suoi compagni. Questi havevano ricevuto ordine da detto Governatore che incontrando di notte persone, e non dandoli alle tre voci il nome, le havessero sparato. Infatti havendosi gridato per tre volte: da` il nome, e il detto Governatore non volendosi lasciar conoscere, un compagno di quelli, con la mira in faccia, li lascio` una schiopettata si` terribile che prese l'amaro Governatore negli occhi, il quale nemmeno pote` chiamare Gesu`. A tale caso fu molto sentimento per tutta la Citta`, cosi` per la morte del Governatore, come perche` il caso fosse successo in una nobile Casa della Citta`. Fu sepolto nell'ecclesia di Santa Caterina di Siena con molto honore della Citta`. Subito d'ogni cosa si diede parte a S. E. che allora era il Cardinale Trivulzio, in Palermo. Si costato` havere sparato un certo M.ro Giuseppe Brandano corvisere, lavorante nella bottega del detto Portoghese, Capo di xurta, il quale per pochi mesi stiede assentato in una Chiesa. Poi S. E. informato meglio del fatto, lo fece presentare e fra pochi mesi fu liberato e tutto fu terminato a favore di detto Capo di xurta. Questo fu passato e successo in Catania, permettente ogni cosa il sommo Iddio che regge il tutto. _________________________________________________________________ Note del Sac. G. Longo (1) Si gridava contro il mal governo d'allora e a tutta ragione. In quei tempi, a dire d'uno scrittore, il governo spagnuolo ridusse il disordine a sistema: i nobili erano sistematicamente prepotenti, la plebe sistematicamente insubordinata, senza essere libero nessuno dei due. (2) La voce Citta` qui e` presa a significare il luogo in cui si radunava il senato, il Palazzo senatoriale. (3) Al Vicere` si dava il titolo di Sua Eccellenza. Fin dalla morte di Martino il Giovane i siciliani ebbero la disgrazia di perdere la presenza dei loro sovrani. Or da che la residenza di questi fu altrove e perpetua, fu bisogno commettere ad altri l'amministrazione locale e il governo -- La carica di Vicere` prima si dava senza prescrizione di tempo, dal 1488 in poi per tre anni: i governanti triennali nominavansi Vicere`, Luogotenenti, Capitani Generali; gli interini col nome di Presidenti Generali -- Il Vicere` rappresentava la persona del Re; teneva potesta` spirituale e precedeva in questa dignita` i Vescovi stessi. Nei di` solenni, entrando nelle Chiese Cattedrali, riceveva l'acqua benedetta dal Vescovo e sedeva sul soglio che s'alzava a man dritta e palmi tre piu` alto di quello del Vescovo. Nel 1647 il Vicere` era il Marchese Los Veles; egli mori` a' 3 Novembre dello stesso anno e gli successe, col titolo di Presidente, il Marchese di Montallegro e dopo pochi giorni, con lo stesso titolo, il Cardinale Trivulzio -- Il Los Veles, per quanto era timido, irresoluto e condiscendente a vista d'un popolo furibondo, altrettanto audace e crudele quando vedeva questo scemato di forze: allora s'accendeva di vendetta contro quelli che gli avevano messa tanta paura e usava quella repressione violenta, causa pure di maggiori tumulti. (4) Questo Bernardo apparteneva alla nobile famiglia dei Paterno` e all'altra non meno nobile dei Raddusa: era giovane molto bello e di soli 19 anni. Appare egli sulla scena della ribellione fin dal primo giorno 27, e non, come scrive il Rizzari, fin dal giorno 30 Maggio. (5) Il nome di Via Triscini si dava all'attuale dei Scoppettieri o Manzoni; essa attraversava il piano che s'allarga dinanzi la Chiesa di S. Nicolo` Triscini. Non esisteva allora la Via Etnea che fu aperta dal Duca di Camastra dopo il 1693 e continuata sino al largo Gioeni nel passato secolo. (7) Nel 1232 la Citta` nostra fu distrutta da Federico II in odio al partito guelfo che in maggioranza vi padroneggiava; fu concesso di rifabricarla con piccole case e allora fu costrutto, vicino al mare, il Castello Ursino, sopra gli avanzi d'una antica rocca detta Saturnia, per cosi` potere tenere in freno il popolo. (8) Il capitano col suo giudice assessore aveva la facolta` di conoscere le cause criminali nelle terre demaniali, ne potea compilare il processo, ricevere le accuse, procedere alla carcerazione con l'obbligo di trasmettere poi il reo e il processo alla Gran Corte. Non era conceduto al Capitano la potesta` del mero e del misto impero che comprendeva specialmente il dritto d'imporre pene di morte, di deportazione e di mutilazione di membra. (9) Giom. De Grossis--Dec. Cat.--scrive del Vicario Generale suo contemporaneo: <>. La nostra Cronaca lo chiama Vicario Generale, dignita` che manca in sede vacante, forse perche` nel 1647 era stato gia` eletto il nuovo Vescovo di Catania, il quale pero` non ne aveva ancora preso il possesso. Difatti l'Ab. Amico ci fa sapere che in quell'anno un certo Marco o Martino, vescovo di Pozzuoli, era stato eletto vescovo della nostra Citta` e che costui non volle venirvi per non lasciare la sua antica Chiesa che aveva retto da venti anni, quantunque meno ricca di quella di Catania. (10) La piazza alla quale s'accenna sembra non dubbio di essere quella del duomo, volgarmente detta di S. Agata, essendo in quell'epoca appunto la Loggia di riscontro al Duomo. -- Nota del Cav. Ing. Signor Sciuto Patti. (11) Il Palazzo Senatoriale, volgarmente detto La Loggia dalla sua forma architettonica poiche` si reggeva su pilastri e colonne, [...] (17) La piazza o piano della Fera corrispondeva quasi al sito medesimo dell'attuale piazza degli studii. era in questo piano che prospettava allora la Chiesa collegiata. Nota del Cav. Sciuto. (20) La Porta di Mezzo era nel sito medesimo della attuale edicola di S. Maria della Grazia e tutte quelle vicinanze costituivano il Quartiere della Porta di Mezzo -- Nota del Cav. Sciuto Patti. (22) Il Gioeni andava componendo, vale quanto dire andava scroccando danaro. Brutta figura in vero che ci fa questo nobile signore che fattosi capopopolo e, profittando delle circostanze, cerca scroccar denaro a questo e a quello. Del resto son cose queste di tutti i tempi. (23) Il Sacerdote che l'havesse a ricordare; questa voce in sic. vale assistere i moribondi e qui il Giusto condannato a morte. (26) Si dubitava un nuovo tumulto -- Anche in Palermo in quest'anno 1647 erano avvenute gravi turbolenze: la plebe sdegnata contro il mal governo di allora era divenuta furibonda, capitanata da un certo Pelusa era corsa al Palazzo di Citta` per mettervi lo incendio, aveva tentato saccheggiare la Casa del Tesoro ed aveva gia` fatto uscire a forza i carcerati. I PP. Teatini ed i Gesuiti, il Marchese di Geraci erano riusciti alcun poco a pacificare gli animi, pero` la debolezza del Vicere` Losveles aveva resa piu` audace l'infellonita plebe e poi il suo troppo rigore l'aveva inasprita di piu`. S'era giunti agli iltimi di Giugno e gia` sembrava tutto ritornato nella calma, ma questa era pur troppo apparente; M.ro Alessi nei mesi appresso doveva capitanare quella plebe e spingerla a inauditi eccessi. (27) Grada; graticola di ferro che si mette alle finestre, inferrata; usasi ancora nel significato di carzara, carcere, prigione. (30) Banniava: bandiva, pubblicava per bando; testa abbanniata vale uomo sentenziato a morte per bando. (31) Ammucciatu: noscosto, appiattato. I siciliani adoperano ancora in questo senso ingattarsi da gatta e mucciarsi da mucia: forse per la proprieta` di questo animale nel mettersi in agguato nel prendere i topi. puo` darsi ancora che i siciliani dicano ammucciare dal francese musser, appiattarsi. (32) Il Bastione Grande, detto ancora di S. Salvatore dalla vicina Chiesa omonima, era un'opera ammirevole, costrutto di quadrate pietre di lava, innalzato dal Vicere` Vega nell'anno 1552 sotto Carlo V, il disegnatore ne fu il celebre Maurolico. (33) Li poveri marinari abbarruati: sbigottiti, scoraggiati, spaventati. (35) Il Campanaro o piazza del Campanaro era nell vicinanze dell'odierna Chiesa di S. Placido -- Nota del Cav. Sciuto Patti. (36) La Piazza della Triscini era nelle vicinanze di S. Nicolella -- Nota del Medesimo. (37) Corviseri risponde quasi alla contrada S. Francesco -- Nota del Medesimo. -- La voce corviseri o curviseri ed anche solichianeddi nel dialetto siciliano vale ciabattiere, ciabattino; forse da tali artigiani che l'abitavano pigliava nome il Quartiere. (38) L'Ab. Amico -- Cat. Ill. -- cosi` racconta la fine del tumulto di questo giorno: <>. (39) In una stanza firmata: chiusa con serrame. (41) Ognuno si mettesse i ferrioli: ferrajuoli, ferrajoli. <> -- Fanfani -- Perche' si diede l'ordine d'indossare i ferrajuoli, specialmente a' 29 Giugno che doveva fare molto caldo? Forse obbliugasndo a portare quell'ampio mantello, venivano impediti d'usare le armi e portarsi con prestezza da un luogo all'altro. (42) I Casali di Catania, con sommo danno della Ctta`, erano stati venduti nel 1642: i Catanesi avevano gia` protestato, ma inutilmente, contro l'ingiustizia d'una tale vendita. La ribellione del 1647-48 e poi le pratiche di M.r Gussio pare che abbiano influito non poco sull'animo dei Vicere` e della Corte Spagnuola perche` il Casali venissero restituiti a Catania. Difatti nel 1652, mediante il riscatto di 149,500 scudi, furono riacquistati, ma dopo due anni rivenduti di nuovo ai medesimi compratori. Vespasiano Trigona aveva comprato Misterbianco per il prezzo di 12,000 scudi e di altri 20,000 quale donativo alla R. C. con soggiogazione di tanta rendita sul patrimonio del Casale; Domenico Di Giovanni compro` Trecastagni, Viagrande e Pedara per 42,500 scudi; Giovanni Andrea Massa compro` S. Giovanni La Punta e S. Gregorio per 800 scudi e l'istesso Massa compro` S. Giovanni Galermo, S. Agata, Trappeto, Tremestieri, Mascalucia, Plache, Camporotondo, S. Pietro e Monpelieri per 35,000 scudi. (43) Esterrassero: esiliassero. (44) Nella Cortina del Castello -- Cortina dicesi quella parte delle mura d'una fortezza che e` tra baluardo e baluardo -- Fanfani. (45) I Giurati costituivano il Corpo del Senato; essi ebbero il titolo onorifico di senatori dal Vicere` Filiberto di Savoja nel 1622 e da lui il Senato di Catania fu dichiarato uguale a quello di Palermo. Ai Giurati o Senatori, preseduti dal Patrizio, era il dritto di amministrare il patrimonio e le gabelle del comune, curare l'annona e le vettovaglie, sopraintendere alle misure, ai pesi, au nuovi edifizii, all'ampiezza e mondezza delle piazze e delle strade. L'istituzione dei Giurati rimontava a' tempi di Federico II, il quale aveva stabilito le forma dell'elezione popolare e l'ufficio di quelli, sia nelle terre demaniali, sia nelle feudali. Da quel tempo pero` nobili e plebei spesso erano venuti in contesa sul dritto della elezione e sull'elegibilita` dei candidati e spesso i Vicere` non avevano tenuto conto del vantato dritto degli uni e degli altri, elegendo da se` i Giurati nei diversi Comuni. (46) Il Marchese di Spaccaforno -- Secondo il Villabianca il primo che abbia avuto il titolo di Marchese di Spaccaforno si fu Francesco Statella e Gravina, a' 19 Luglio 1598, figlio dell'illustre Blasco Barone della medesima Terra il quale lascio` grande memoria di se` nella Citta` di Catania. A Francesco successe nel 1626 il figlio Antonio Statella La Rocca e a questo, a' 7 Gennaio 1651, successe Francesco Statella Rai. Chi di questi tre Marchesi fu quello che consumo` la Citta` di Catania nel tempo che ne fu Vicario? E quali furono i Capitoli tanto nocivi alla Citta`? (47) Consumare: rovinare, ridurre nella miseria; questa voce nel dialetto siciliano ha molto del latino consumere. (48) Palermo autore della ribellione -- A quei tempi il fuoco della ribellione s'era acceso in tutte le provincie soggette alla Spagna: questo fuoco divampo` vieppiu` dopo i feroci tumulti di palermo, ai quali successero tosto quelli di Messina, di Catania, di Napoli e di altre provincie. (49) Preso il dito e passo passo tutta la mano -- Maniera proverbiale a significare che coi ragazzi od altre persone che debbono stare soggette (qui ragazze e persone soggette sarebbero i nobili) si vuole andar cauti a dare alcuna licenza, perche` se ne abusano, e dicesi: <> ed anche: << se gli date un dito, vi piglia la mano e tutto il braccio>>. (50) L'Ab. Amico -- Cat. Ill. -- forse rilevandolo dalla cronaca del Rizzari, fa autore della ribellione di Catania Girolamo Cutugno. Secondo il nostro Anonimo, pare che il Cutugno non abbia preso parte attiva da Maggio a Luglio in cui si compirono le maggiori gesta dei ribelli. A' 5 Agosto il Cutugno ci si presenta, per la prima volta, nella bottega del Portoghese insieme ad altri, con cui vi fu preso e condotto in carcere. L'Ab. Amico lo dice uomo licenzioso e cupido di cose nuove; il nostro Anonimo lo dice uomo dabbene come lo mostravono le opere ecc. Ecco le parole dello Ab. Amico: <>. (51) Con soffioni e pistole sine fine -- Soffione dicesi quella canna di ferro traforata da soffiare nel fuoco; Fanfani -- Qui tal voce per similitudine s'adatta a dinotare l'archibugio; sine fine: senza fine: infinitamente, in grandissimo numero. (52) Creato: dallo spagnuolo creado: usasi nel dialetto siciliano per servo. (53) Occhi invetrati -- Il participio invetrato in forma d'aggettivo e in senso figurato, detto di faccia, di fronte, d'occhi, vale sfacciato, impudente; qui dinota la rabbia e il furore di quella gente. (54) Ciurma: qui non ha il significato di ciurma italiano, cioe` moltitudine vile di gente, ma senz'altro di gente riunita insieme. (55) Pali e collane con cui dovevano essere soffocati: dovevano essere condannati al barbaro suppliio del palo usato gia` dai Turchi e all'altro non meno barbaro della corda o del capestro. (56) Molti erano assai alterati: alterato usasi nel significato di assai adirato, sdegnato. Fanfani. (58) Nella propria Chiesa: l'antica Chiesa di S. Martino; in essa, come al presente, eravi l'Arciconfraternita` dei Bianchi, cioe` di quelli scritti nell'Album della Nobilta`. (59) Siamo nel Novembre del 1647; in questo mese al Vicere` Losveles, morto di crepacuore perche` rimproverato, come vile, da Filippo IV; era successo al governo della Sicilia, col titolo di Presidente, D. Vincenzo Gusmano Marchese di Montallegro il quale governo` pochi giorni; a costui successe, a' 17 Novembre, con lo stesso titolo di Presidente, il Cardinale Teodoro Trivulzio <>. (60) In Dicembre del 1647 e in Gennaio del 1648 tutto sembrava rientrato in una certa calma; la nostra cronaca non registra gravi fatti; possiamo cio` attribuire alla violenta repressione dei mesi scorsi e al nuovo governo del Cardinale Trivulzio, il quale, in quei giorni con fine arte, seppe tenere l'Isola in aspettativa di salutari riforme. Le sole promesse pero` possono valere a frenare per poco il popolo, che` questi disingannati, presto o tardi, ritornano ai primi eccessi e a reclamare i loro dritti. (62) Ecco la descrizione di questo mercato lasciataci dap P. Carrera nelle sue <>: <>. (63) Trascrivo dalla Sic. Nob. del M. Villabianca, vol. 1, pag. 552, quanto egli scrive sul barone di Marchese di S. Giuliano: <>. > Il suo nome si fu quello di Girolamo Asmundo, figlio di Francesco e di Olivia Paterno`; l'Ab. Amico gli da` il nome di Orazio, ma non pare esatto, mentre questi fu il terzo Marchese di Sangiuliano investito di questo titolo a' 17 Ott. 1732. (64) Sopracelo: spe`raccielo, la parte superiore del cortinaggio del letto, e di altri arnesi simili, o di una carrozza -- Fanfani. (65) Loggia: qui col nome di loggia s'intende una di quelle baracche construtte con legni, tele o simili nel piano della Fera per riparo di quelli che concorrevano e dei commercianti andativi a far bottega di commestibili o d'altro. In questo significato usasi ancora in italiano -- Vedi Fanfani. (66) Trombetta dicesi colui che negli eserciti da` i cenni con la tromba. (67) Fece scippare le logge. Scippare dal latino excerpere: cavar fuori, estrarre, raccogliere, togliere, levare. Scerpare e` registrato in alcuni vocabolari italiani nel significati di schiantare. Dante XIII, v. 35 in questo senso: Ricomincio` a gridar: Perche` mi scerpi? (68) Fece portare un pezzo. Questa voce usata in senso assoluto come qui, intendesi per cannone, obice e simili; dicesi percio`: pezzo d'assedio, da campagna. (69) Fortezza di S. Giovanni. Cordaro: <> scrive: <>. (71) Le donne si disertarono o addisertarono: abortirono, si sconciarono. (73) Bargello dal latino barbaro barigillus per capo dei birri. (75) Si spararono 200 maschi. La voce maschio e` qui usata nel significato del masculu i masculuni siciliano, che e` quella sorta di mortaletto che si carica con polvere d'archibugio in occasione di qualche solennita`. (76) Gli assegno una prazza: questa voce pare d'origine greca e vale vitalizio, assegnamento annuale. (77) Circa la lettera del Re riporto le parole dell'Ad. Amico: <>. (78) In conferma di quanto s'e` detto e si dira` in quest'ultimo capitolo sulla cronologia senatoriale della Citta` di Catania, trascrivo dal Villabianca quanto appresso: 2 Ind. 1648 e 49. Fu Capitano della Citta` /Ludovico Ansalone/ che poi fu levato ad istanza del Popolo e venne eletto /Antonio Bisignani Cavaliere Napolitano/ con titolo di Governatore a 6 Aprile 1648, il quale a 20 di Luglio fu ucciso e resto` /Giambattista Guarrera/ come Senatore piu` grande, sino alli 14 Gennaio 1649, poiche` cesse il luogo al novello Capitano /Andrea Gregorio/ -- Il Corpo senatoriale era formato dal Patrizio Francesco Rizzari Barone di S. Paolo, da Giurati Cesare Ansalone, Vito d'Amico Barone del Grano, Alfonso Paterno`, Giambattista Guarrera tutti nobili e da /Giacomo Gemma e Francesco Gugliara popolani/. (79) Questa Nobile Dama abitava vicino il Porto, cioe` nel quartiere della Civita, allora abitato, quasi tutto, dalla Nobilta` del paese. Chi sa dirmi a qual nobile famiglia appartenesse questa Dama du cui l'autore tace il nome? (80) Capo di xurta: di scorta, di gente armata; il capoxurta era un pubblico ufficiale che in tempo di notte stava a guardia delle strade della citta`. _________________________________________________________________ Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy Prima edizione digitale: 8 luglio 2002. Ultima revisione: 7 luglio 2016.