Notizie Storiche sull'Acquedotto Greco di Catania Contenuti: * Introduzione di Alfio Longo al seguente (1971) * Estrato dal manoscritto del Principe Ignazio Paterno` Castello di Biscari (177X) _________________________________________________________________ (Da "Misterbianco nella Storia" di Alfio Longo, Catania, 1971, p. 123) MONUMENTI D'ANTICHITA` CLASSICA IN TERRITORIO DI MISTERBIANCO Nella mia precedente pubblicazione <>, a pag. 71, riprodussi quanto sul <> [rivista Catanese in cui, dal 1903 al 1925, il sacerdote Giovanni Longo pubblico` degli articoli di storia locale. NdR] era stato scritto intorno alle rovine dette "I Dammusi" esistenti in contrada Tiriti`; notizie tratte alla lor volta dal <> del Principle di Biscari. Parimenti, a pag. 74, accennai all'<> che attraversa buona parte del territorio di Misterbianco; erano notizie che il Sac. Giovanni Longo, aveva tratto dalle <> di Pietro Carrera. Questa volta, ritornando sull'argomento, ho la fortuna di poter pubblicare per la prima volta quanto ne scrisse il celebre nostro archeologo Principe Ignazio Paterno` Castello di Biscari. Ancora vivente quell'Illustre mecenate (al quale Catania tanto deve) era noto che egli preparava un'opera sugli antichi monumenti di Catania, e cioe` il resoconto esatto delle sue scoperte archeologiche, fedelmente riprodotte nello stato in cui si trovavano al momento del discoprimento, col loro erudito commento. Gia` il Riedesel, nel 1771, ci narra che <>. Altrettanto ne disse il De Borch, un decennio dopo, e aggiunse che ormai fra poco il pubblico avrebbe potuto godere di un'opera cosi` interessante. Purtroppo le cose non andarono per questo verso. Il Principe mori` (1786) prima di effettuare tale pubblicazione; ma i suoi biografi, tanto il Lombardo Buda quanto il Privitera, ci assicurano che il manoscritto era gia` completo per la stampa e corredato non soltanto dei disegni ma anche dei rami gia` printo. I rami erano quasi certamente dovuti al bulino di Antonio Zacco valoroso calcografo che per lunghi anni fu al servizio esclusivo di Casa Biscari. Non arriviamo a comprendere come un'opera, gia` pronta e tanto attesa nel mondo erudito d'Europa, non fosse stata pubblicata dai successori dell'insigne Autore, persone tutte educate alla cultura, come l'Abate Gian Francesco, suo figlio, che gli subentro` nella <> alle Antichita`, o come gli Accademici della celebre Accademia degli Etnei da lui fondata. Certo si e` che questa opera, sia pur manoscritta, era presente e consultabile nella biblioteca di Palazzo Biscari, fino a meta` del secolo successivo. Ad essa dovettero forzatamente attingere il Duca di Serradifalco e forse lo stesso Adolfo Holm, poiche` da nessun'altra fonte che dai disegni rilevati dal Principe essi avrebbero potuto trarre i loro, visto che il Principe solo aveva scavato, posto in luce, disegnato, misurato monumenti che aveva poi dovuto nuovamente sotterrare perche` tali erano le esigenze cittadine. In seguito tale manoscritto fu ritenuto perduto e di questa dispersione furono incolpate le vicende patrimoniali e politiche di quella Insigne Casata. Una cinquantina d'anni addietro l'illustre Paolo Orsi si doleva che solo l'opuscolo di Adolfo Holm rimanesse a descrivere le importanti antichita` di Catania. Egli proponeva di trasformarlo <>. Fu forse in seguito a questa autorevole sollecitazione che Guido Libertini curo` nel 1925 una traduzione dell'Holm, la quale fu, si puo` dire, il preludio alla ampia sua illustrazione delle collezioni greche e romane del Museo Biscari. Negli ultimi tempi, valorosi studiosi, come p. es., il prof. Giovanni Rizza, hanno compiuto scoperte e studi, capitando talvolta su monumenti gia` studiati duecento anni prima da quell'Illustre Padre della nostra archeologia. Qualche anno addietro, nei lavori di restauro del Palazzo Biscari, e` stato ritrovato il manoscritto del Principe, privo purtroppo delle tavole illustrative che ancora non e` stato possibile rintracciare. Da esse, col gentile permesso dei Sigg. Proprietari, pubblichiamo ora questo brano che contempla l'Acquedotto Greco suddetto e taluni ruderi che il Principe scoperse alla Nunziatella, entrambi percio` nel territorio del nostro Misterbianco. Ecco quanto riporta il manoscritto Biscariano: << Le grandi intrapresi sono le certe misure che mostrar possono la vera estensione dei cuori magnanimi e generosi. La via Appia, la Flaminia, l'Acqua Marcia saranno perpetui monumenti che tramanderanno il nome di quei generosi Romani che ne pensarono e ne eseguirono i progetti, con tanta gloria dei fondatori e tanto utile della repubblica. << Catania non ha, in questo campo, da invidiare Roma, giacche`, ancor prima di essa, ella ebbe tra i suoi cittadini uomini di animo generoso che promossero opere tali da offrire grande utile publico e al tempo stesso magnifico ornamento della Patria? << Chiara testimonianza di quanto asserisco si vede nei grandi acquedotti che, dalle falde dell'Etna, circa venti miglia lontano da Catania, imprigionando abbondanti sorgenti di acqua entro capaci condotti di solida fabbrica, perforando le alture e pareggiando con arcate le valli, giungevano nella citta`, distribuando quelle acque non soltanto ai privati cittadini, ma anche al pubblico uso delle Terme, della Naumachia e di altri edifici. << Questi cosi` grandiosi acquedotti, dei quali intraprendo la descrizione, sono gli stessi a cui accenna l'iscrizione scoperta nel Ninfeo, e dovuti a quel medesimo fondatore del Ninfeo, e destinate a portar l'acqua nelle vicine Terma. Cosi` infatti l'iscrizione si esprime: JUXTA LAPIDEUM AQUEDUCTUM QUEM IPSE CONSTRUXERAT UT IN BALNEAS COPIOSAM AQUAM DERIVARET COMMODO CIVIUM. << Percorrendo le traccie dei resti di tali acquedotti, ad onta dei secoli e degli infortuni giunti fino a noi, noi risaliremo sino alle falde del monte Etna per circa venti miglia, da Catania; e sebbene in si` lungo spazio siano ancora rispettabili gli avanzi che ne scorgiamo, in assai migliore stato essi erano ai tempi del P. Tommaso Fazello -- Egli puo` ancora descriversi la maggiore arcata che introduceva le acque in citta`, e che proprio ai suoi giorni venne in parte demolita (1) -- Pietro Carrera, che scrisse dopo il Fazello, ci da` notizie delle misure e del numero degli archi che al suo tempo restavano ancora in piedi, e giustamente, anzi troppo modestamente, si lagna della disgraziata sorte degli antichi monumenti (2): "All'Acquedotto Maggiore, che Archi, e Porticelle chiama il Volgo, le cui fabbriche in gran parte a' di` nostri in piedi si veggono, altre memorie aggiungiamo noi. << "Gli Archi non trentuno, come scrive l'Autore sopracitato (cioe` l'Arcangelo), ma trentadue si contano, ciascuno ha di larghezza palmi quattordici, l'altezza non e` uguale, imperocche` secondo l'eminenza, o bassezza del terreno fu regolata, in alcuni, i quali sono piu` alti la misura nel vacuo contiene altezza di quattro canne, e sei palmi; la fabbrica la quale si erge su ciascun arco ha palmi sei di altezza. << "Ciascun pilastro di negre riquadrate pietre vestito, e` di egual quadro in sette palmi di grossezza. Il Buco della condotta dell'acqua ha larghezza due palmi, ed alta poco meno di quattro. Al mio tempo alcuni pilastri furono spogliati delle pietre di intaglio per ordine di D. Francesco Lanario Duca di Carpignano, e Capitan d'Armi a guerra in Catania, delle quali ne fabbrico` quel muro, che cominciando dal Bastione dei Canali, lungo il lito del mare tira sino al Porto Saraceno; e quantunque l'opera di gran lode sia degna, nondimeno alcuni affettuosi Cittadini per la sfabbricazione dei Pilastri opporsi vollero, ma indarno, benche` con ragione, poiche` quella nuova fabbrica fornir si potea con altri sassi, de' quali il paese ha copia, e non col danno degli antichissimi edifici. << "Oltre agli Archi, quali si sostengano in piedi oggidi`, giacciono avanti buttate a terra grandissime masse di fabbrica del rimanente de gli altri Archi rovinati, i quali tirando fino alle mura della citta`, rendevano il numero di altri trentatre; sicche` sessanticinque [sic] si annoveravano in tutto gli Archi di si grande Acquedotto" . << Mario Arezzo come testimonio di veduta; magnifica col nome di Massimo questo Acquedotto (3), ed anche il Maurolico ne fa menzione (4). << Oltre dunque, alla lunghezza dei secoli, coungiurarono contro questo magnifico monumento, l'ignoranza e l'avarizia; dopo di che, la formidabile eruzione del 1669, circondando con le sue lave la citta` di Catania, la rese priva delle piu` antiche fabbriche che sorgevano fuori le sue mura; assorbendo di questi Acquedotti la maggior parte e lasciandone pochi avanzi a testimonio dell'antica magnificenza -- Ne` qui si fermarono le sventure, giacche` il terremoto del 1693 tali danni produsse questi resti, che, ormai divenuti squallidi avanzi, furon considerati ingombri al terreno che occupavano, e furono man mano totalmente distrutti. << Quello che ai giorni nostri sopravanza, mostra chiaramente ch'essa fu una delle piu` poderose opere della Sicilia; e prima di tutto se ne osserva il "castello", comunemente chiamato Botte dell'acqua, che, raccogliendo le diverse sorgenti, nel capo dell'acquedotto le immetteva. << Questa fabbrica esattamente delineata nella Tavola..., e` di figura quadrata e si conserva in mediocre stato nel feudo di Licodia, patrimonio dei Padri Benedettini; esso era gia` coperto da una grande volta, che appoggiava sopra un arco divisorio. Nel lato di tramontana si osservano quattro aperture per le quali entravano nel "castello" le acque delle sorgenti; dal lato di ponente v'e` l'apertura per le quali si scaricavano le acque riunite; come tutto si mostra nella detta Tavola, tanti la pianta che l'alzato. << L'Abate Amico, tanto benemerito della repubblica letteraria e della storia patria, ci lascio` una bella descrizione di questo monumento, sebbene errata nelle misure e nel numero delle sorgenti (5); e gli attribuisce questa lapide: CVTAROTES Q. MACVLNIVS ETRATIVODE ATURIVCAOCHAC. << Non e` certo pero` che questa iscrizione, sebbene ritrovata in Licodia, e che oggi si conserva nel Museo dei Benedettini, sia appartenente a questa fabbrica, poiche` non si conosce il preciso luogo ove fu rinvenuta, avendosi soltanto la notizia che da lungo tempo giaceva avanti la chiesa del Monastero di Licodia; ma se pur vogliam credere che a questo edificio abbia appartenuto, tuttavia dobbiamo pensare che essa non risalga alla prima costruzione di tale fabbrica, perche` essa dobbiam credere dovuta al medesimo costruttore dell'intero acquedotto, e percio` d'origine greca, essendo greca l'iscrizione apposta al Ninfeo, cioe` all'altro capo di questa importantissima opera; sicche` la detta lapide, di epoca romana, non starebbe a indicare se non una successiva restaurazione, allorche` l'opera era totalmente compiuta. Cosa che, del resto, crede lo stesso Ab. Amico (6). << Raccogliendo dunque questa fabbrica le diversi sorgenti, ne introduceva le acque nel capo dell'acquedotto, che, partendosi da esso, secondo il terreno, ora perforava le colline, ora attraversava su arcate le valli, e spesso procedendo in corso sotterraneo, in un cunicolo che superava in altezza fli 8 palmi, giungeva cosi` alla citta`, pareggiando le sue mura con l'altezza delle arcate, veniva distribuita ad uso pubblico e privato. << Il piu` volte citato Ab. Amico, che con tanta fedelta` ed erudizione illustro` le antichita` di Catania, descrive tutto il corso di questi acquedotti, sulla guida delle rovine che ancora, tratto tratto, da Licodia a Catania si osservano (7), lo segue da Licodia a Valcorrente, ove esisteva un altro "castello", ed ove penetrava in ingrottato fino a Misterbianco, proseguendo poi per la Villa detta di Sardo, con arcate ininterrotte proseguiva fino alle mura della citta`; tratto, questo, ricoperto poi dalle lave del 1669. << L'Ab. Amico considero` pure un'altra magnificenza di questo acquedotto, e cioe` la sua fodera di lastre di piombo (8); frammenti dei quali egli stesso ritrovo` e serbo nel Museo Benedettino, mentre altri simili pezzi furono rinvenuti in mia presenza dal P. Giuseppe Pancrazi. << Sul riguardo di questa fodera di piombi, io pero` non saprei condividere l'opinione del mio carissimo amico, fuori dell'usato costume, fossero stato foderati di piombi; e cio` non tanto per l'eccesso della spesa, la quale, a confronto di quella della fabbrica, non sarebbe stata poi tanta, ma perche` nessun prudente, ancorche` generoso e magnanimo, avrebbe senza necessita` veruna erogato tanto denaro per questa fodera del tutto superflua. E infine perche` tale metallo avrebbe potuto non migliorare ma danneggiare la qualita` dell'acqua, come appunto accenna Virtuvio (9). << Invece penserei che le lamine di piombi ritrovate tutte in un medesimo sito, siano state adoperate per risarcire qualche fessura dell'acquedotto stesso, probabilmente rimarginata con piombo liquefatto; e tale restaurazione, avvenuta forse in piu` luoghi, pote` accadere nel tempo ch'era Curatore Quinti Maculnio, di cui l'iscrizione ci conserva la memoria. << Una cosi` grande antichita` e cosi` magnifica, della quale in piu` parti si ammirano gli avanzi maestosi, e di cui non v'e` scrittore di cose siciliane che ne taccia, il solo d'Orville non volle riconoscere -- Egli infatti, recandosi da Catania sull'Etna, essendosi imbattuto nell'acquedotto che dalla Licatia, territorio dei PP. Benedettini, dopo aver alimentato orti e mulini, per una serie di arcate adduce acque al monastero, scambio` tale moderno acquedotto per l'antico, e derise il Carrera che secondo lui lo faceva risalire all'epoca trojana (10). << Quali non furono le disgrazie che distrussero questi acquedotti. Primo il tempo, alla di cui forza non vale la stessa natura, poi l'ira dell'Etna che con le sue eruzioni le seppelli` tanto da non restarne traccia, poi i terremoti che in gran parte li precipitarono, quindi le volontarie demolizioni (denunciate dal Fazello e da Carrera) che ridussero quasi scheletro cio` che ne restava e finalmente l'odierna incuria che presto li ridurra` quasi al nulla. << Voi, Padri della Patria, tra le tante vostre cure, non sia l'ultima quella di procurare degli antichi adifici la possibile conservazione, giacche` i custodi siete della gloria di essa: e riconoscer dovete questi avanzi di antichita` come infallibili testimoni che sia ella stata in ogni tempo splendida e gloriosa; e apprezzate questi preziosi gioielli piu` di qualunque altro ornamento che abbia saputo clemente regia mano indossarle. Dal vostro zelo dipende conservare negli anzi di tanti edifici, la memoria dello splendore della vostra patria. << In quanto a me, mi procurera` di appagare, nelle due seguenti Tavole..., la comune erudita curiosita`, col mostrare i nostri antichi acquedotti in quel deplorevole stato in cui sono stati ridotti dalle avverse vicende, ed essi, sebbene cosi` contraffati, [sic] mostrano ancora d'esser resti di un'opera che sembro` costruita per durare eterna. Mostreremo anche cosi` all'auduce mortale che robustezza non giova, artificio non vale, contro la lunga eta`; ma che l'industria sola un'opera cosi` profittevole avrebbe potuto conservare. << Si osservano, dunque, nelle due proposte Tavole... gli squallidi avanzi dell'insigne monumento. Due pezzi di questi acqueotto rimangono nel luogo detto di Sardo, che gia` appartenne alla soppressa Compagnia di Gesu` e che oggi ha acquistato il gentiluomo D. Giuseppe Curi`a; territorio che ai tempi del Carrera e del Grossi, era appunto detto dell'Arcova. In ciascuna delle suddette tavole e` rappresentata con la maggiore esatezza [sic] la doppia veduta di entrambi i pezzi; e vicini ad essi si scorgono non poche rovine, che sono la continuazione dei medesimi; in assai diverso stato essi si trovano molti anni or sono, allorche` diligentemente in mia presenza, furon fatti disegnare dall'accurato P.D. Giuseppe Pancrazi, e quali furono pubblicati in tre rami, ma io per soddisfare il mio assunto, li rappresento quali oggi si trovano; e siccome in meno di trent'anni sono stati soggetti a si` sensibile deterioramento, cosi` puo` darsi il caso che da qui a non molto tal ne sara` la rovina che potra` mettersi in dubbio quanto di essi oggi fedelmente si attesta. (Ruderi alla Nunziatella) << Circa tre miglia lontano dalla citta`, e nel territorio chiamato della Nunziatella, nella giurisdizione di Misterbianco, una gran porzione di una fabbrica (finora da nessuno considerato) mostra nelle sue rovine la vetusta sua idea. La disposiione della medesima ben fa vedere essere stata una grande conserva d'acqua, come puo` comprendersi dalla Tavola... Esiste ancora intera una delle sue volte, che ricopriva una delle stanze che la componevano, e la intera pianta di un'altra stanza collaterale. Le fabbriche di entrambe mostrano chiaramente che altre due stanze vi furono da entrambi i lati, onde almeno quattro di esse dovettero formare questa capace piscina. La grossezza della muraglie e` palmi 5, ed ognuna delle due che si osservano hanno 27 palmi di lunghezza e 35 di larghezza, e tali forse saranno state le collaterali di esse; comunicano tutte fra loro per aperture di 3 palmi, l'una di riscontro all'altra, e tutte chiuse all'intorno da mura della cennata grossezza. << E' da considerarsi, nella struttura di questo monumento, che nel terzo della volta compariscono murati non pochi vasi di terracotta, che forse continuavano nella grossezza della volta per renderla piu` leggera. In un angolo della stanza, che oggi resta scoperta, essendone caduta la volta, si osserva un incavo circolare in forma di nicchia di 3 palmi di grandezza, destinata a quel [qual?] uso non saprei indovinare. << Tutte le muraglia sono rivestite di pietre squadrate, sino al piede delle volte; cose tutte che nell'esposto disegno si possono chiaramente comprendere. Questa conserva riceveva forse l'acqua dal grande acquedotto che passava poco lontano, come per una vicina porzione di esso si puo` credere >>. ______________ (1) Fazello: Dec. I, lib. 3, f. 65. (2) Carrera: Memorie Hist. di Cat. Lib. I, f. 101. (3) Mar. Aret.: Chronographia Siciliae, f. 585. (4) Maurol: << Revum Sicanic. Compend. >>, Lib. II, f. 136 (Messanae MDLXII). (5) Amicus: << Catan. Illustr. >>, tom. III, lib. IX, f. 45. (6) Amico: << Cat. Ill. >>, t. III, lib. C, c. I, f. 196. (7) Amico: << Cat. Illustr. >>, t. III, lib. IX, c. I, f. 46. (8) Amico: << Cat. Illustr. >>, t. III, lib. IX, c. I, f. 46. (9) Vetruv.: Lib. VIII, f. 334. (10) D'Orville: << Sicula >>, T. I, Cap. XIV, f. 223. _________________________________________________________________ Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy Prima edizione digitale: 28 maggio 2002.